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Il terremoto di magnitudo 8.8 di mercoledì al largo della costa della Kamchatka, nell’estremo est della Russia, è stato uno dei più forti mai registrati, eppure ha generato uno tsunami meno energetico del previsto con danni finora limitati. L’allerta per l’arrivo delle onde in buona parte dei paesi che affacciano sull’oceano Pacifico ha permesso di evacuare dalle coste milioni di persone, riducendo i rischi di gravi incidenti come nel passato. Intanto i sismologi stanno cercando di capire che cosa abbia determinato le ondate relativamente piccole registrate dal Giappone agli Stati Uniti. È un lavoro che li terrà impegnati per mesi, ma si può fare qualche prima ipotesi.

La penisola della Kamchatka si trova sul limitare di una delle aree a più alta attività sismica del pianeta, dove si incontrano la placca pacifica e quella nordamericana (che si estende molto oltre il Nordamerica per come lo vediamo). Secondo la teoria più condivisa, la litosfera (cioè la crosta terrestre e la parte dello strato subito sotto, che si chiama mantello) è divisa in placche che si muovono allontanandosi e avvicinandosi l’una all’altra, con punti di scorrimento lungo i loro margini. In prossimità di queste aree si formano le faglie, cioè delle fratture che vanno in profondità nel terreno e che sono dovute allo spostamento tra i due blocchi contrapposti.