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Negli ultimi giorni in Angola ci sono state violente proteste. Sono dovute all’aumento del prezzo del carburante, annunciato dal governo a inizio luglio: la decisione ha subito creato problemi tra gli abitanti, e lunedì è iniziato uno sciopero di tre giorni dei tassisti, che hanno un ruolo importante perché suppliscono alle carenze dei trasporti pubblici.

Le proteste si sono innestate su questo sciopero. Reprimendole, tra lunedì e martedì la polizia ha arrestato 1.214 manifestanti. Negli scontri sono state uccise almeno 22 persone, tra cui almeno un poliziotto (i comunicati del governo non distinguono tra manifestanti e forze dell’ordine). Mercoledì lo sciopero è stato revocato e non ci sono state nuove proteste.

Il governo angolano è espresso dallo stesso partito, il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (di centrosinistra), da cinquant’anni, ossia da quando nel 1975 il paese ottenne l’indipendenza dal Portogallo. Dal 2002, quando finì la guerra civile, il paese si è impoverito nonostante sia uno dei principali produttori africani di petrolio.

Il governo ha alzato il prezzo del carburante nel contesto di queste difficoltà economiche e per pagare gli interessi sul debito pubblico (7,8 miliardi di euro solo quest’anno, circa il 10 per cento del Prodotto interno lordo). Il prezzo è controllato dai sussidi, che nel 2024 valevano il 4 per cento del PIL. Il governo aveva detto che li avrebbe aboliti in più fasi perché troppo gravosi per il bilancio statale.