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Ultimo aggiornamento: 8:02

C’è qualcosa di marcio nella memoria, qualcosa che puzza di palco sudato e camerini sgangherati, di notti passate a ingoiare bile più che birra. I Soundgarden erano questo. E Valeria Sgarella lo sa. Lo scrive, lo tira fuori pezzo per pezzo, come uno scultore dell’invisibile che non crede nei santi. Niente specchi in camerino non è solo il titolo di un libro. È un avvertimento. È come dire: dimentica la vanità, perché qui dentro si consuma la carne vera. Lo sa talmente bene Valeria, che apre la porta di quell’inferno gentile chiamato Soundgarden e ti ci spinge dentro senza chiederti permesso.

È un libro che ha il coraggio di non brillare. Niente scintillii, niente apologie da fanboy. Solo la materia bruta di una band nata dal fondo del corpo, con la rabbia addosso come una seconda pelle e l’incapacità cronica di essere cool. I Soundgarden non sono mai stati sexy come i Nirvana, né sistematici come i Pearl Jam. E proprio per questo sono stati più reali del grunge stesso, semmai questo termine abbia significato davvero qualcosa. Sgarella non fa il monumento, fa l’autopsia e non usa i guanti.

Ogni grande storia inizia con un rumore. Quella dei Soundgarden comincia con la voce di Cornell che ti squarta il petto. Non una voce, un’eco preistorica. Sgarella, da giornalista che conosce il mestiere, potrebbe costruirci sopra una mitologia. Invece no. Preferisce seguire le crepe. Cornell è bello e dannato, certo, ma anche sfibrato, contorto, sempre sul punto di scomparire. La sua parabola – tra band, progetti paralleli, depressioni e cadute – è raccontata senza reverenze. Come se l’autrice fosse lì, accanto a lui, mentre prova a scrivere una canzone e invece gli viene da piangere.