La centralità del valore “lavoro”, inscindibilmente legato al darsi da fare, all’ingegnarsi, è stata messa in crisi all’indomani del Sessantotto dallo sviluppo parallelo di una politica che, complice una certa deriva sindacale, ha favorito logiche clientelari che hanno sconfinato nell’indulgenza verso forme di scarso impegno, di forte rivendicazionismo, con una sottovalutazione dell’equilibrio costituzionale fra diritti e doveri.

Il merito è sparito dalle logiche contrattuali, sostituito dall’appiattimento egualitario, dall’automatismo delle progressioni, dal rifiuto di ogni forma di valutazione, nell’indifferenza dei risultati. Siamo arrivati, in tempi più recenti, a concedere un reddito di cittadinanza che avrebbe dovuto sconfiggere per decreto la povertà, premiando in verità la rinuncia al darsi da fare per trovare un lavoro, creando la falsa aspettativa di un mantenimento, senza offrire nulla in cambio e senza limiti di tempo, a spese della collettività.

L’elogio della fatica, dell’impegno e della responsabilità è apparso nella migliore delle ipotesi come una manifestazione retorica di altri tempi, nella peggiore come sinonimo di sfruttamento. Senza parlare poi dell’espressione «fare sacrifici» nel senso di saper rinunciare, in vista di un obiettivo da raggiungere, a vantaggi, comodità, benefici immediati: è ormai considerato un concetto disdicevole, da bandire dal linguaggio quotidiano, certamente un concetto «reazionario».