Sono stati in molti a cominciare a stupirsi veramente delle fotografie delle Dolomiti solo negli anni Settanta del 900, quando apparve il monumentale volume "Alpi" del giapponese Yoshikazu Shirakawa. A questo fotografo, morto nel 2022, chiesi un giorno: «Come ha ottenuto quei colori?». Era la domanda che ci facevamo tutti, appassionati o no di montagna; tutti coloro che avevano messo gli occhi su monti che, in foto, quasi non riconoscevano: sfumature mai viste, verdi, cobalto, pervinca, rosa da far invidia a Tiepolo.

Mi osservò, e, dopo un lungo silenzio: «Aspettando disse per fotografare le montagne serve pazienza. Prepararsi un anno per un solo giorno, che arriverà forse a novembre, quando quei colori appariranno da soli all'alba e al tramonto. Non ho mai usato un filtro». Shirakawa si trovava come noi in Cina, 40 anni fa - per recarsi al campo base del K2 e vedere "come si comporta la montagna con la luna". Le foto le avrebbe scattate l'anno seguente. Il suo libro sulle montagne dell'Himalaya, quelle di Hillary e Desio era un bestseller da anni: voleva fare di più; gli serviva tempo per riflettere.

Ecco, davanti ad un nuovissimo libro "Dolomiti. Un paesaggio tutelato" di Manuel Cicchetti e Antonio Giacomo Bortoluzzi, edito da Regione Veneto e Marsilio Arte (244 pagg - 50 ) l'idea che arriva subito è quella della pazienza. Quella che hanno coltivato i grandi narratori e illustratori della montagna. Quella che hanno tutti coloro che vivono tra le terre di mezzo e le terre alte. Dove le distanze non si misurano in chilometri ma in tempo: una differenza che dà forma a tanta parte dell'essenza della vita nelle Dolomiti.