A quasi 91 anni Gino Paoli si toglie qualche sassolino dalla scarpa. E nel mirino ci finisce la sinistra, quella sinistra a cui de facto appartiene ma di cui parla in modo lucido. Raccontando il suo passato, il cantautore ricorda che "alla fine della guerra, una parte della famiglia di mia madre finì nelle foibe". Insomma, Paoli non può dimenticare le ombre e della Resistenza, di cui lui stesso è stato testimone diretto. "Sono consapevole delle pagine nere della Resistenza. Quando i partigiani aprirono le carceri, uscirono anche i criminali - spiega al Corriere della Sera -. Ci furono vendette private e delitti". Un esempio? Quanto accadde alla sua maestra, accusata di collaborazionismo: "Le raparono i capelli, la portarono in giro con il cappio al collo, poi le spararono in testa e la gettarono nel laghetto di Villa Doria".
I fascisti? "Erano idealisti. Il fascismo è stato anche un ideale. Come lo è stato l’anarchismo", dice senza mezzi termini e prima di aggiungere che Mussolini fu "capace, furbo", e capì che "gli italiani amavano identificarsi con gli eroi". Parole che fanno riflettere. Paoli infatti è noto per il suo impegno politico nella sinistra, essendo stato eletto deputato nelle file del Partito Comunista Italiano (poi PDS). Non solo, perché il cantautore ha anche ricoperto il ruolo di assessore alla Cultura nel comune di Arenzano definendosi "anarchico da sempre".







