C’è un momento in cui il confine tra attivismo e velleitarismo si fa così sottile da diventare una caricatura. È il caso della Freedom Flotilla, giunta alla sua 37esima “missione” in 18 anni, con la nave Handala che è riuscita a dimostrare il già ovvio teorema di Einstein sulla pazzia: i folli non sono altro che coloro che fanno sempre la stessa cosa aspettandosi esito diverso. Sventolando la bandiera dei diritti umani e imbarcando scatoloni di aiuti umanitari su una barca diretta a Gaza, ventuno attivisti provenienti da 12 Paesi hanno deciso, con la solita enfasi ideologica, di sfidare il blocco navale israeliano. Il risultato? Lo stesso di un mese e mezzo fa quando, a giocare a fare Jack Sparrow, erano stati Greta Thunberg e un pugno di altri ricchi e annoiati attivisti antagonisti a bordo della Madleen: intercettazione da parte della Marina israeliana, sequestro della nave, stato di fermo per l’equipaggio, e inevitabile polemica a base di comunicati indignati e dirette social interrotte.
Stavolta quindi, Freedom Flotilla aveva pure l’aggravante della scarsa fantasia. L’azione, nel migliore dei casi, simbolica e, nel peggiore, una provocazione dal sapore ingenuamente autolesionista, non solo non aiuta il popolo palestinese ma sposta, persino, il riflettore da Gaza all’albero maestro delle imbarcazioni di esaltati.







