Capita che a sinistra, quando non si riesce a spiegare il consenso popolare altrui, si cerchi rifugio nelle neuroscienze. O meglio, in una loro versione semplificata, un po’ esoterica e un po’ consolatoria. È successo di nuovo giorni fa, sulle pagine del Fatto Quotidiano, dove si attribuisce la forza di Giorgia Meloni a una reazione primitiva del nostro cervello, a partire dal cosiddetto “cervello rettiliano”. In sostanza, Meloni convincerebbe gli elettori perché attiva un riflesso atavico, una spinta inconscia di sopravvivenza. E quindi – è il sottinteso – chi la vota non pensa. Reagisce, come un rettile, sulla base di impulsi primitivi. È una tesi scientificamente fragile, culturalmente arrogante e politicamente miope.

Fragile, perché si basa su una metafora ormai superata, ossia la tripartizione del cervello (rettiliano, limbico, neocorticale) proposta da Paul MacLean negli anni Sessanta. Le neuroscienze contemporanee hanno ampiamente dimostrato che non esistono compartimenti stagni, e che le decisioni – anche quelle politiche – sono il frutto di processi integrati, in cui emozione e cognizione interagiscono. Come ha chiarito il neuroscienziato Joseph LeDoux, le strutture cerebrali coinvolte nelle emozioni (come l’amigdala) non operano isolate, ma dialogano costantemente con le aree della corteccia (cognizione). E come ha dimostrato Antonio Damasio, l’emozione non è l’antitesi della ragione, mala sua condizione necessaria. Senza emozione, non prendiamo decisioni. Neppure quelle più razionali. Dunque, le emozioni contano? Sì, sempre, non solo per Meloni.