«Se la nocività del fumo è un fatto socialmente noto a partire dagli anni Settanta, tutt'altro che socialmente nota era invero all'epoca cui risalgono i fatti di causa la correlazione specifica tra fumo e cancro (e altre gravi patologie)». Così la Corte di Cassazione con un'ordinanza con la quale ha rinviato alla Corte d'appello di Torino perché rivaluti la richiesta risarcitoria nei confronti di British American Tobacco e dei Monopoli di Stato, avanzata dai figli di un signore, fumatore dal 1968 e deceduto nel 2013.
I due, difesi in giudizio dal Codacons con gli avvocati Carlo Tommaso Gasparro e Angelo Cardarella, chiedevano il risarcimento dei danni per la morte del padre, avvenuta a causa di una neoplasia polmonare provocata dal consumo quotidiano medio di due pacchetti di sigarette al giorno.
La correlazione tra fumo e cancro
Nel luglio 2020 il Tribunale di Torino aveva rigettato le loro richieste, con conferma del rigetto nel dicembre 2021 anche da parte dei giudici della Corte d'Appello. Adesso la pronuncia della Cassazione. Partendo dall'idea che la nocività del fumo è «un fatto socialmente noto a partire dagli anni settanta», i supremi giudici hanno ritenuto di escludere che nel 1968, allorquando l'uomo iniziò a fumare, «fosse socialmente nota la correlazione tra fumo e cancro, e che lo stesso fosse informato e conscio del rischio specifico di contrarre il cancro e si sia, ciononostante, indotto a fumare fino a 'due pacchetti di sigarette al giorno di marca Marlboro al giorno, nel periodo 1968-2013', in virtù di consapevole scelta edonistica». Ecco che allora «solamente a fronte della conoscenza o effettiva conoscibilità dei rischi specifici connaturati alla pratica del fumo può infatti configurarsi un concorso di colpa del consumatore fumatore».






