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Lo scorso autunno uno studio pubblicato negli Stati Uniti segnalò che negli utensili di plastica nera che si usano per cucinare c’erano quantità rilevanti di ritardanti di fiamma, sostanze che possono essere pericolose per la salute. Non era la prima ricerca a farlo, ma fu rapidamente ripresa da alcune delle più grandi testate al mondo, talvolta con titoli perentori come “Gettate la vostra spatola di plastica nera”. Generò apprensione e soprattutto confusione intorno ad alcuni degli oggetti più utilizzati in cucina, al punto che se ne parla in quei termini ancora oggi nonostante quello studio sia stato ampiamente ridimensionato a causa di alcuni gravi errori di metodo e di calcolo.
È una storia che mette insieme un certo modo disinvolto di fare ricerca, qualche conflitto di interessi, la faciloneria con cui a volte viene raccontata la scienza e le nostre paure su cosa potrebbe farci ammalare, soprattutto tra le cose che mangiamo.
Lo studio era stato pubblicato sulla rivista scientifica Chemosphere da un gruppo di ricerca legato a Toxic-Free Future, un’associazione di Seattle (Stati Uniti) impegnata nel fare campagne per chiedere che sia vietato l’uso di determinati prodotti “chimici”. La ricerca si concentrava in particolare sui ritardanti di fiamma, cioè sulle sostanze che vengono aggiunte ad alcune plastiche per ridurre il rischio che prendano facilmente fuoco.






