Un gruppo di diplomatici poco diplomatici ha scritto ieri una lettera aperta a Giorgia Meloni in cui si chiede, anzi si ordina, visti i toni perentori della stessa, «l’immediato riconoscimento nazionale dello Stato di Palestina, in vista della Conferenza internazionale sull’attuazione della soluzione e due Stati». L’appello è firmato da 34 ambasciatori in pensione che evidentemente hanno mandato in pensione anche le virtù principali di un diplomatico che sono appunto l’accortezza, la circospezione, la pazienza, la perseveranza, insomma tutte quelle caratteristiche che servono per salvaguardare gli interessi di una parte senza incrinare rapporti, anzi consolidandoli, con l’altra parte.

Per gli ambasciatori in questione – l’iniziativa è partita da Pasquale Ferrara, ex direttore Affari Politici della Farnesina – tuttavia la situazione è tale che le virtù di cui sopra perdono di significato, l’evidenza è così schiacciante che la diplomazia e tutti i suoi consunti arnesi può anche andare a farsi benedire. «Ci sono momenti nella storia in cui non sono più possibili ambiguità né collocazioni intermedie», scrivono nella lettera con tono solenne, «questo momento è giunto per Gaza».

Spiegano poi che «ormai da molti mesi non ci sono più giustificazioni possibili o argomentazioni convincenti sulla condotta delle operazioni militari israeliane a Gaza» e che «gli esecrabili attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 non hanno più alcuna relazione, né quantitativa né qualitativa, con l’orrore perpetrato nella Striscia da Israele nei confronti della stragrande maggioranza di civili inermi». Tutto questo, sostengono, non ha nulla a che vedere con il diritto di Israele all’autodifesa” e «non è affatto improprio» qualificarlo «in termini di pulizia etnica», come dimostra il fatto che la Corte Internazionale di Giustizia stia esaminando «gli estremi del genocidio».