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Dacci oggi il nostro omicidio quotidiano. La morte violenta entra nelle nostre vite di spettatori, il più delle volte perché ce la andiamo a cercare.

Non si spiegherebbe sennò il successo di trasmissioni tv, podcast e narrativa di genere dove c'è sempre da discutere su chi sia stato ad assassinare qualcun altro, e soprattutto perché. Il romanzo di Michele Brambilla, Non è successo niente di grave (Baldini & Castoldi, pagg. 180, euro 19) contiene in effetti un delitto, un'indagine e la sua soluzione. Ma non può essere incasellato semplicemente nella definizione di genere giallo o noir, per via di una componente autobiografica molto rilevante e intrecciata alla finzione tanto da non esserne facilmente districabile (solo alla fine l'autore fornisce una guida distintiva). È invece anche un romanzo di formazione, nello specifico della forgiatura di un cronista giovanissimo alle prese con un fatto che deve riuscire, se non a risolvere, perlomeno a raccontare prima e possibilmente meglio degli altri.