Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo. Ma per fortuna c’è e ce lo teniamo stretto. Thomas Ceccon è un dono non solo per il nuoto ma per la società. Un uomo, un mito. Andrebbe guardato quando è in vasca per godere del suo talento e ascoltato quando non lo è perché dice sempre cose interessanti con una naturalezza disarmante. In questi giorni di vigilia dei Mondiali di nuoto (in vasca si comincia domenica con Thomas subito in acqua nelle batterie dei 50 farfalla) ha rilasciato alcune interviste, tra cui una a Repubblica in cui ha spiegato di «aver preso casa a Verona» dove ora si allena con il coach Alberto Burlina (dopo i quattro mesi in Australia per svuotare la testa e conoscere un altro modo di allenarsi e di vivere), ma che la sente vuota. Vorrebbe «incastrarsi», dice. Quanta umanità c’è in una sola parola. Quanta purezza.

Quanto fa capire Ceccon delle difficoltà di una vita da top atleta e da top persona che non indossa maschere. La paura di innamorarsi per non stare male di nuovo, ma anche la voglia di volerci riprovare grazie al lavoro fatto con la psicoterapia, quella vera, seduti in uno studio con un professionista, non quella con l’acqua che ti obbliga alla solitudine. Ascoltatelo e guardatelo a partire da domenica. Ma fatelo senza pretendere medaglie o vittorie, a questo ci pensa lui. «Sono venuto per arrivare primo». «O vinco o vinco, non c’è altra opzione». Umano nella vita, alieno nello sport. Thomas e Ceccon, due in uno.