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Anche un certo Dante Alighieri, secoli fa, non rifiutava la commedia, intesa come capacità di toccare tutti gli stili, dal tragico al comico
Gli intellettuali italiani hanno sempre ritenuto la comicità una chiave minore per interpretare la realtà. La cosa fa sorridere visto che possiamo ritenere tranquillamente comici alcuni dei più grandi autori del Novecento: Samuel Beckett, William Burroughs, Louis-Ferdinand Céline... Anche un certo Dante Alighieri, secoli fa, non rifiutava la commedia, intesa come capacità di toccare tutti gli stili, dal tragico al comico. Se poi pensiamo al cinema, la commedia dei Mario Monicelli e dei Dino Risi resta forse la miglior descrizione dell'Italia del dopoguerra. Tra l'altro, nei Mostri, uno strepitoso Vittorio Gassman faceva a pezzi la cultura salottiera dei premi letterari, io premio te, tu premi me, e tutti Amici (della domenica). Era il 1963. Da allora, è stata una discesa verso l'irrilevanza, cosa che rende ancora più ridicolo il vanaglorioso mondo della cultura. Gli editori? Tutti principi del Rinascimento, mecenati delle arti e dei mestieri. Fino a quando c'è da pagare. Gli scrittori? Tutti dissidenti e alternativi al sistema. Altrove i dissidenti rischiano la vita. In Italia invece fare il dissidente è un lavoro lautamente retribuito. I perseguitati dal potere pubblicano per grandi gruppi editoriali, scrivono per quotidiani e settimanali, bivaccano in tivù. Per il resto, gli scrittori "defilati" sono semplicemente quelli che nessuno si fila, spesso perché sono incapaci, talvolta perché non sono allineati al conformismo imperante. L'intellettuale è sempre di sinistra, non c'è quasi bisogno di dirlo.






