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Il tycoon tenta la strada della trasparenza. Il fastidio di repubblicani e popolo Maga
Donald Trump sperava di celebrare diversamente il giro di boa dei primi sei mesi della sua amministrazione. E invece la cronaca, peraltro innescata da un clamoroso autogol di una sua fedelissima, lo riporta indietro ai tempi, tra gli anni '90 e i primi 2000, del suo sodalizio con Jeffrey Epstein, spesso celebrato sulla pagina dei gossip del New York Post. Le contromisure messe in campo dopo la rivolta della base Maga sembrano non bastare ad allontanare l'ombra del sospetto. Ogni giorno, da giorni, emergono nuove rivelazioni. Mercoledì, è stato il Wall Street Journal a riferire per primo che a maggio, durante un incontro alla Casa Bianca, la ministra della Giustizia Pam Bondi disse a Trump che il suo nome compariva, insieme a quelli di decine di altre personalità, nei famigerati "Epstein files", i documenti riservati sul finanziere pedofilo ancora in mano all'Fbi. Le carte, insomma, che per il mondo Maga costituirebbero prova dell'esistenza di un'élite progressista che prospera al di sopra delle leggi e della morale. Poco dopo, all'inizio di luglio, Bondi annunciò che l'indagine su Epstein era chiusa. Eppure, la stessa Bondi a febbraio aveva assicurato: "La lista dei clienti è sulla mia scrivania, la stiamo esaminando".






