Sarà bene cominciare a dare uno sguardo più attento al calendario politico, e non solo a quello delle ferie che molti fra noi sperano di meritarsi più o meno a breve. No: non penso solo alle domeniche d’autunno in cui avranno luogo le diverse elezioni regionali (Marche, Toscana, Veneto, Campania, Veneto, più la Valle d’Aosta).
Ma soprattutto, avanzando di qualche mese (realisticamente, nel primo semestre del 2026), c’è da ragionare su quando si svolgerà il referendum confermativo della riforma della giustizia, la quale realisticamente vedrà tra settembre e dicembre il suo terzo e quarto passaggio parlamentare. Poniamo che le cose vadano effettivamente così: entro fine 2025, il compimento positivo dell’iter parlamentare della riforma costituzionale (quattro approvazioni tra Camera e Senato, non solo due come accade per le leggi ordinarie); e dunque, nei mesi successivi, la convocazione del referendum. Ecco: tutto ciò che accadrà da qui a quel momento nelle aule di giustizia in Italia, nelle sedi giudiziarie di ogni ordine e grado, va visto nella prospettiva di quel probabilissimo voto referendario di primavera 2026.
A scanso di equivoci (e per evitare querele) premetto di presumere sempre la buona fede di tutti. Dunque, non sto evocando cattive intenzioni da parte di chicchessia (in toga o no): sto semplicemente registrando – in spirito di assoluto realismo – un fatto oggettivo. Che lo si voglia o no, ogni nuova inchiesta e ogni pronunciamento da parte di una qualsiasi istanza giurisdizionale a qualunque livello saranno oggettivamente parte di una campagna referendaria che è già aperta. E che – per i sostenitori dello status quo – è letteralmente l’ultima spiaggia per fermare una riforma che vedono come il fumo negli occhi.






