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Genova e il referendum. Dopo il referendum, e dopo l’estate, ci sono cinque regioni al voto, sei con la Valle d’Aosta. Praticamente urne aperte tutto l’anno, per la gioia di una politica che è sempre in campagna elettorale, anche a urne chiuse. Figuriamoci quando sono in calendario. Mentre fuori il mondo va a pezzi, nel Palazzo, infatti, già non si parla d’altro, con quell’attitudine a trasformare ogni appuntamento elettorale in un’ordalia, da cui dipendono i destini della politica nazionale. E c’è da scommettere che, alla fine del giro, partirà la lunga campagna verso le politiche. Insomma, un clima già da fine legislatura.

Immancabilmente, anche stavolta c’è un Ohio, ovvero una regione vissuta come un bivio del destino. Lo Stato che, nelle famose presidenziali americane, fu fatale ad Al Gore contro Bush Jr, è ormai un termine entrato nella letteratura nostrana. Lo scorso anno era l’Abruzzo, dove Elly Schlein, dopo la vittoria in Sardegna, sognò la spallata, e andò male. Stavolta tocca alle Marche di Francesco Acquaroli, il fedelissimo di Giorgia Meloni che strappò alla sinistra la seconda regione rossa dopo l’Umbria anticipando l’onda che sarebbe arrivata. È presto detta la ragione di cotanta enfasi: da un lato (a sinistra) sono certi di rivincere in Campania, Puglia e Toscana, dall’altro (a destra) in Veneto nonostante le fibrillazioni sul terzo mandato. La Marche dunque fanno la differenza tra 3 a 2, in cui ognuno tiene quel che già ha, e un 4-1, con una Regione strappata, su cui costruire il racconto dell’inarrestabile avanzata.