A guardare gli ultimi risultati trimestrali di Tesla, alle prese con un calo di vendite mai visto negli ultimi dieci anni, si pone una domanda piuttosto scontata: chissà se Elon Musk, potendo tornare al 13 luglio 2024 - giorno dell’attentato a Donald Trump - rifarebbe le stesse scelte. Perché da quel famoso tweet postato subito dopo lo sparo che ferì miracolosamente Trump solo a un orecchio («I fully endorse President Trump and hope for his rapid recovery») le dinamiche attorno al miliardario di origini sudafricane sono cambiate radicalmente.
Da quel giorno, Musk è passato dall’essere un più o meno anonimo e ricco finanziatore della campagna repubblicana, a primo e più importante sostenitore di Trump. Nel corso delle settimane successive, il sostegno si è rapidamente trasformato in presenze fisiche ai comizi, interviste di sostegno, fino ai ruoli istituzionali formali sanciti col ritorno di Trump alla Casa Bianca.
Dal luglio di un anno fa, insomma, la figura di Musk ha smesso di essere quella di un controverso imprenditore, visionario e poco incline al politically correct. Ed è diventata per mesi espressione massima del trumpismo. Idolo indiscusso del movimento Maga. Per molti aspetti sostituto di Steve Bannon, almeno in superficie.







