Le tensioni Usa-Cina e le differenti reazioni all’invasione russa dell’Ucraina e alla guerra a Gaza hanno spinto gli Stati del Golfo ad adottare strategie geopolitiche multi-allineate, culminate in una “neutralità attiva” nel conflitto israelo-iraniano e in un rinnovato impegno per la diplomazia e la de-escalation regionale.

In modi diversi, Israele e Iran rappresentano due agenti destabilizzanti per l’approccio alla sicurezza regionale basato sulla cooperazione economica promosso dai paesi del Golfo. Israele si impone come forza egemone grazie alla maestria militare e all’intelligence avanzata; l’Iran, seppur vulnerabile e indebolito, è ancora percepito come una minaccia per la sua storica attività di supporto a milizie armate attive nei Paesi vicini. Questa percezione potrebbe accelerare l’attuazione del programma di Visione per la sicurezza regionale, approvato nel dicembre 2023 dal Consiglio di Cooperazione del Golfo, che prevede anche un sistema di difesa coordinato contro missili e droni.

Dalla stagione della Primavera araba, quando cercavano d’influenzare attivamente gli eventi regionali anche con strumenti di hard power, gli Stati del Golfo si sono trasformati in attori sofisticati di soft power. Paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono diventati molto abili nell’utilizzare una combinazione di risorse economiche imponenti e strutture di alleanze occidentali per costruire relazioni e reti di influenza in tutta la regione mediorientale e oltre.