I numeri reali li custodisce il mare, quelli noti sono sempre sottostimati: perché non esiste una norma, nazionale o europea, che disciplini la raccolta dei dati sui migranti morti nel Mediterraneo. Non c'è un database unico, non ci sono indicazioni chiare e uniformi che indichino alle questure come procedere. Due terzi di quelli che annegano, secondo i dati dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni), rimangono una statistica. E se identificare le persone migranti morte in mare e restituire loro un nome, una dignità, una storia è un obbligo morale, significa anche rispettare il diritto dei familiari a conoscere la verità sulle sorti dei loro cari. Morti alla ricerca di una vita migliore.I numeri della strage del MediterraneoSecondo il Missing migrants project dell’Oim, dal 2014 a oggi sono annegate nel Mediterraneo oltre 31.800 persone, di cui almeno 3.500 minorenni. In Italia diminuiscono gli sbarchi ma aumenta il tasso di mortalità della traversata: secondo il 30° Rapporto sulle migrazioni della Fondazione Ismu Ets nel 2024 sono stati poco più di 66mila i migranti arrivati in Italia via mare dallo Stretto di Sicilia (-57,9% rispetto al 2023). Ma, nello stesso anno, non ce l'ha fatta una persona su 25 (+16% rispetto al 2023). I morti sono stati almeno 1.692. Del resto, lo Stretto di Sicilia è un pezzo di mare unico, scrive Luca Misculin nel libro “Mare aperto”, da poco uscito per Einaudi, che ripercorre millenni di navigazioni e migrazioni dalla preistoria a oggi. Un mare imprevedibile, caratterizzato dai gyres (vortici superficiali che nascono da correnti, profondità e temperature differenti che si scontrano tra loro)."Questa conformazione eterogenea, precaria in maniera strutturale, quasi contraddittoria - scrive Misculin - si trasferisce dal piano geografico a quello umano. E' una frammentazione che in certi periodi è diventata un'aperta ostilità fra paesi in guerra, fra colonizzatori e colonizzati, persone che partono dal Sud cercando di raggiungere il Nord, e altre che al Sud, ma soprattutto al Nord, cercano di impedirglielo". In alcuni momenti i fondali si sono riempiti di relitti di navi nelle cui stive morirono centinaia di schiavi; in altri, lo stesso mare è stato un esempio di tolleranza e multiculturalismo.Le ong: “Manca uno standard europeo per la gestione dei dati dei migranti morti e dispersi”Uno degli episodi simbolo risale al 3 ottobre 2013: la notte del naufragio di Lampedusa, uno dei più tragici avvenuti del Mediterraneo, dove persero la vita almeno 368 persone. Molti furono i dispersi a poche centinaia di metri dalla costa, dopo che le guardie costiere italiana e maltese si erano sottratte alle proprie responsabilità per giorni. Neanche di quella strage, a dodici anni di distanza, si è ricostruito tutto. Ci sono vite, tante, il cui destino non è ancora noto. Perché?“Le difficoltà sono molteplici ”, spiega a Wired il Comitato 3 Ottobre, impegnato proprio dal 2013 a favorire il riconoscimento e l’identificazione delle vittime. "La mancanza di una procedura standardizzata a livello europeo per la raccolta e la gestione dei dati dei morti e dei dispersi; le falle nei sistemi di registrazione nei paesi di transito e arrivo; l'assenza di informazioni comparative, poiché molte famiglie non hanno accesso a strumenti digitali o legali per fornire Dna, foto o dati utili all’identificazione. Infine, la scarsa cooperazione internazionale, che ostacola la condivisione di dati tra Stati, autorità di frontiera e soggetti civili". Ostacoli che, fino a oggi, si sono rivelati insormontabili.Un appello all'Europa per legiferareUna situazione che molte ong denunciano e cercano di portare alla luce da anni. Ed è indirizzato all'Europa l'ultimo appello del 10 aprile scorso per dare un nome ai migranti che hanno perso la vita in mare. La richiesta per il Parlamento europeo è di farsi carico della questione; la firma è del Comitato 3 Ottobre, dell’Asgi (un'associazione specializzata in diritto delle migrazioni) e dei medici del Labanof, il laboratorio di antropologia e odontologia forense dell’università Statale di Milano. “Serve urgentemente un sistema centralizzato europeo per la raccolta dei dati dei migranti deceduti e dispersi, accessibile da parte delle autorità forensi, delle organizzazioni umanitarie e dei familiari”, spiega il Comitato 3 ottobre che chiede principalmente tre cose: l’istituzione di una banca dati pubblica europea, sul modello di quanto fa il Comitato internazionale della Croce rossa con il progetto “Missing migrants”; la nomina di un’autorità indipendente continentale incaricata del tracciamento e dell’identificazione; un protocollo comune per la gestione dei corpi recuperati in mare o sulle rotte migratorie, con il pieno rispetto dei diritti umani e del diritto delle famiglie di sapere che cosa sia successo ai propri parenti.Alarm phone, un telefono in mezzo al mareIntanto il vuoto delle istituzioni è parzialmente colmato da attivisti e volontari. Come quelli di Alarm phone, che rispondono alle chiamate di chi è alla deriva in mezzo al mare. Alarm Phone, spiegano gli stessi volontari, riceve gli SOS e si occupa non solo di allertare le autorità competenti (la guardia costiera, prima di tutto) comunicando le coordinate delle imbarcazioni in difficoltà, ma anche di accertarsi che gli aiuti arrivino. Una sorta di centralino del mare, che rimane in contatto con le barche finché non vengono soccorse. E certe volte passano giorni.In 10 anni di attività, gli attivisti della ong hanno risposto ad oltre ottomila chiamate nello Stretto di Sicilia e nel resto del Mediterraneo, chiamate partite da telefoni satellitari che, nei casi più fortunati, gli scafisti lasciano a bordo. Nel gergo dei migranti questi telefoni vengono chiamati "i Thuraya", dalla marca dei più diffusi, e sono prodotti ad Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti) dal primo operatore satellitare del paese. Si trovano di seconda mano per cento-duecento dollari e con cinque satelliti a disposizione riescono a coprire le aree di 155 paesi, pari a due terzi del globo (principalmente Europa, Medio Oriente, Africa, Asia e Australia). E, soprattutto, l'intero Mediterraneo. Per questo, per chi tenta la traversata, diventano preziosi salvavita.Gli squilli che arrivano dai thuraya sono fondamentali non solo per chi parte: "Veniamo regolarmente contattati anche da famiglie che cercano i loro cari dispersi - spiegano i volontari di Alarm phone -, di cui hanno perso le tracce dopo che si sono imbarcati per attraversare il mare. Famiglie che hanno atteso invano un segno di vita e di arrivo: ma spesso non giunge nessuna telefonata o messaggio che le informi che il viaggio è andato bene e che la persona a loro cara sia arrivata sana e salva". Ed elaborare il lutto, quando non si conosce che cosa sia accaduto, diventa ancora più difficile.Un altro compito che si è data la ong è supportare le famiglie nei loro sforzi di rintracciare i familiari o amici attraverso ricerche informali, consultando i media disponibili o rivolgendosi alle reti di conoscenze nei paesi di partenza, di transito e di arrivo (molti dei volontari hanno vissuto in prima persona gli stessi viaggi in mare)."Gli attori statali monitorano attentamente il Mediterraneo centrale - aggiunge Alarm Phone -. Diversi mezzi aerei volano al largo delle coste libiche, tunisine e di altre aree per individuare i movimenti migratori cosiddetti illegali”. Ma sebbene diverse autorità possano avere delle risposte sulle sorti delle imbarcazioni scomparse, difficilmente le divulgano, denuncia l'ong.Stessa accusa che arriva dal Comitato 3 ottobre: “Siamo consapevoli, e lo gridiamo da anni, che molte istituzioni non condividono i dati di cui dispongono o li mantengono frammentati e inaccessibili. Questo ostacola gravemente il diritto alla verità dei familiari. Spesso le famiglie non sanno a chi rivolgersi, né dove cercare informazioni, e non ricevono supporto legale o psicologico”. Un accesso trasparente e umano alle informazioni, la creazione di sportelli di supporto per le famiglie, anche nei paesi d’origine (ogni nazione Ue dovrebbe avere almeno un centro dove i familiari possano essere ascoltati e i dati ante mortem raccolti) e una collaborazione attiva tra istituzioni e società civile: questo quello che gli attivisti chiedono. Perché per molti, troppi, rimane solo il silenzio di quel pezzo di mare, lo Stretto di Sicilia, custode muto della speranza di una vita migliore infranta tra le onde.
Il buco nero dei dati delle persone migranti morte nel Mediterraneo
Le informazioni ci sono, ma non vengono condivise con le famiglie. E così chi muore nella traversata resta solo una statistica. Ma c'è chi chiede una legge europea per fare ordine e garantire trasparenza






