È una situazione paradossale quella che si sta creando in Europa. Gli operatori di telecomunicazioni, che da anni lamentano sofferenza e profitti al ribasso, al posto di compattarsi e fare fronte comune in nome di una visione votata a risalire la china che fanno? Si spaccano. E per l’ennesima volta tornano alla litigiosità.L’ascia di guerra che sembrava essere stata deposta – per anni abbiamo assistito a lotte a colpi di ricorsi e azioni legali, da un lato i cosiddetti Olo (operatori alternativi) e dall’altro i cosiddetti ex incumbent (le big telco per semplificare) – viene rispolverata in una fase più che delicata: quella che riguarda il futuro dell’assetto regolatorio europeo. L’ex presidente del Consiglio Mario Draghi lo scorso autunno nel suo Rapporto per la competitività ha indicato nella riduzione delle regole ex ante (cioè esistenti a priori) una delle leve su cui fare forza per consentire all’Europa di recuperare terreno, almeno in parte, nei confronti di Usa e Cina, le locomotive mondiali dell’innovazione. E la deregulation è uno dei pilastri anche del documento preliminare del Digital Networks Act che la Commissione europea punta a licenziare entro fine anno (la consultazione si è appena conclusa).Ma è proprio sulla questione regolatoria che le telco si schierano su fronti totalmente contrapposti. Due i documenti da cui si evince più che chiaramente la divergenza di posizioni. Da un lato una lettera inviata alla Commissione europea da parte di 9 ceo di altrettante telco, un numero solo apparentemente esiguo considerato il peso delle aziende e dei ceo in questione nonché la quantità di clienti serviti nel Continente: oltre 240 milioni di clienti. A firmare Margherita Della Valle (Gruppo Vodafone), Thomas Reynaud (Gruppo Iliad), Walter Renna (Fastweb+Vodafone), Giuseppe Gola (Open Fiber), Robert Finnegan (Gruppo Hutchison, la società a cui in Italia fa capo WindTre), Edward Bouygues (Bouygues Telecom), Keri Gilder (Colt Technology Services), Alex Goldblum (Eurofiber) e Ralph Dommermuth (1&1). Dall’altro Connect Europe, l’associazione che rappresenta una quantità di operatori di Tlc europei che rappresenta il 70% degli investimenti totali del settore.Chi difende il modello ex ante: “Si rischia il monopolio”È sulla questione dell’accesso all’ingrosso alla rete fissa che i 9 firmatari della missiva inviata a Bruxelles alzano le barricate: no ad allentamenti regolatori. “Riteniamo che le proposte della Commissione rappresentino un passo indietro. La deregolamentazione dell'accesso all'ingrosso porterebbe alla rimonopolizzazione e soffocherebbe la concorrenza e gli investimenti nei servizi di connettività fissa, in particolare in un momento critico quale la migrazione dalla rete in rame a quella in fibra ottica”, si legge nella lettera in cui si evidenzia che “la certezza normativa è necessaria per stimolare gli investimenti nella connettività”.Nel ricordare che “solo gli operatori monopolisti hanno una rete a copertura nazionale”, le 9 telco sottolineano che “l'accesso all'ingrosso rimane fondamentale” che “desta quindi allarme che la Commissione europea proponga ora di allentare la regolamentazione sui servizi di connettività fissa forniti in monopolio”. Un approccio ritenuto “in netto contrasto con i principi della concorrenza come driver per gli investimenti” e che “rafforzerebbe la posizione dell’operatore monopolista, in particolare nelle aree meno infrastrutturate, mettendo a repentaglio seriamente il ritmo di implementazione dell'infrastruttura in fibra e dei servizi con alta capacità per milioni di cittadini europei”.Il modello regolatorio ex ante dunque va preservato, questa la richiesta. E prima di prendere decisioni in merito a quel che dovrà essere il Digital Networks Act bisogna attentamente valutare gli impatti della deregulation con particolare riferimento all’accesso locale all'ingrosso (mercato 1) e alla capacità dedicata all'ingrosso per la connettività aziendale (mercato 2), compreso l'accesso alla fibra spenta.“Le cose che funzionano devono essere rafforzate, non eliminate. Inoltre, non appaiono chiare le ragioni che dovrebbero portare a ridurre la regolamentazione nei mercati dell’accesso – evidenzia il neo presidente di Ftth Council Europe, Francesco Nonno (il quale è anche Direttore Regulatory Affairs di Open Fiber) -. Bisogna piuttosto avere chiaro che molto del potere di mercato discende dall'aver realizzato le reti in rame in regime di monopolio, mentre le reti in fibra sono costruite in regime di concorrenza. Quindi, noi riteniamo che si possa cominciare a discutere di riduzione della regolamentazione solo una volta completata la migrazione da rame a fibra”.Chi vuole la deregulation: “Fare la nuova Europa”Dall’altro lato della barricata Connect Europe, secondo cui nell’ordine un'ambiziosa deregolamentazione, una coraggiosa semplificazione, una profonda armonizzazione e condizioni di parità competitiva sono essenziali affinché l'Europa possa riconquistare la propria leadership digitale sulla scena globale. “Non possiamo continuare a fare sempre la stessa cosa e aspettarci risultati diversi- sottolinea il direttore generale Alessandro Gropelli - Solo una riforma profonda può riportare l'UE sulla mappa tecnologica globale e fornire ai nostri cittadini e alle nostre imprese la connettività avanzata di cui hanno bisogno per competere".Riguardo nello specifico al quadro normativo l’associazione evidenzia che “è stato progettato decenni fa per reti obsolete e dinamiche di mercato obsolete” e che è proprio questo l’ostacolo numero uno della crescita e della ripresa. Marciando al passo attuale l'obiettivo della fibra ottica sarà raggiunto solo entro il 2051 e l'Europa è in ritardo rispetto a tutti i concorrenti globali per quanto riguarda il 5G standalone. “Il Digital Networks Act deve essere definito come una regolamentazione che ponga al centro competitività, semplificazione e armonizzazione, creando un ambiente che promuova investimenti significativi nelle infrastrutture digitali, incentivi l'innovazione, elimini normative obsolete ed eccessivamente onerose e livelli di condizioni tra tutti gli attori digitali”. E secondo Connect Europe è prioritario passare dal controllo ex ante a quello ex post nell'accesso all'ingrosso. Gli obblighi ex ante – secondo l’associazione - dovrebbero rimanere solo come rete di sicurezza in caso di colli di bottiglia nell'accesso locale.A esprimersi sulla questione, in un post su Linkedin, l’amministratore delegato di Tim nonché neo presidente di Asstel, Pietro Labriola: “Da un lato c’è chi chiede una regolazione moderna, abilitante, capace di attrarre investimenti, promuovere la sovranità tecnologica e ristabilire un equilibrio sano tra wholesale e retail. Dall’altro chi continua a difendere un modello nato 20 anni fa, pensato per stimolare la concorrenza, ma che oggi frena l’innovazione, indebolisce gli operatori e ignora l’impatto degli over the top che usano la rete senza contribuire alla sua evoluzione. Dobbiamo superare lo schema ‘incumbent vs new comer’ e costruire un quadro normativo che guardi avanti, non indietro”.Il dossier frequenze mobiliC’è un’altra questione importante sul tavolo dell’Europa ma soprattutto dell’Italia: quella del rinnovo delle frequenze mobili in scadenza il 31 dicembre 2029. Frequenze costate carissime (2,4 miliardi di euro per Tim e Vodafone più la maxi rata da 1,7 miliardi) nel nostro Paese ai tempi dell’asta del 2018.Agcom ha appena avviato la consultazione pubblica e sono due le opzioni proposte: la prima prevede un modello misto per le bande 800 MHz, 900 MHz, 1800 MHz, 2.1 GHz, 2.6 GHz, 3.4-3.6 GHz e banda L in cui una parte delle frequenze verrebbe prorogata in automatico fino al 2037 (con successiva possibilità di rinnovo per altri 12 anni) e un’altra porzione sarebbe invece rinnovata con nuovi obblighi. Tutto lo spettro restante sarebbe invece messo a gara (con asta o beauty contest), aperta anche a new entrant con diritti d’uso di 15 anni prorogabili di 5. I nuovi obblighi prevedono copertura 5G con velocità minime di 150 Mbit/s in downlink e 30 Mbit/s in uplink nelle ore di punta.La seconda proposta prevede invece un rinnovo unico fino al 2037 per tutte le frequenze, ma vincolato a reti 5G stand-alone e a requisiti rigorosi sulle coperture che includerebbero anche le aree rurali, le località turistiche nonché le infrastrutture di trasporto. Tim, Vodafone-Fastweb, Wind Tre dovrebbero garantire accesso equo a Iliad, operatori virtuali e service provider. Per la banda 28 GHz - quella che riguarda Fwa e servizi satellitari - è prevista una proroga senza nuovi obblighi fino al 2037. È evidente che le telco puntano a una proroga gratuita (in cambio di obblighi di copertura) alla stregua del modello tedesco ma sarà difficile spuntarla considerato che per lo Stato frequenze fa rima con introiti. Intanto in Europa è già scoppiata la guerra sulle frequenze della banda 6 GHz.
Digital Networks Act, gli operatori telefonici europei si dividono
Da un lato quelli che fanno capo a Connect Europe che chiedono una forte deregulation e dall’altro nove aziende di peso (fra cui Iliad, Fastweb+Vodafone e WindTre) che temono il revival del monopolio sulla rete fissa






