Se la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni, l'AI Act, il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, rischia di scottarsi molto presto. Perché ad agosto il pacchetto di norme di comunitarie passa dalle parole ai fatti per tutte le aziende che sviluppano grandi modelli di uso generale (General purpose AI, GPAI, ossia che possono fare più cose, dalla scrittura di un testo a un video). Che poi sono quelle che muovono al momento i grandi fatturati del settore e le magnifiche sorti e progressive della tecnologia. Se queste fanno melina, traccheggiano o contestano il perimetro regolatorio, la Commissione europea rischia di trovarsi in seria difficoltà.Il varco è stretto. E passa attraverso un gioco più grande dell'AI Act, che risponde al nome di negoziato Unione europea-Stati Uniti sui dazi. E che sempre ha nei primi di agosto la sua prossima scadenza. Se la Commissione ha voluto dimostrare di non fare passi indietro, pubblicando il 10 luglio il codice di condotta per i sistemi di AI di uso generale e, venerdì 18, le linee guida per interpretarlo, Meta, che è uno dei destinatari principali del blocco di regole, ha fatto capire che non è benintenzionata verso le scadenze comunitarie.Meta fa il muso duroSu LinkedIn, nuovo canale della diplomazia delle piattaforme, il responsabile globale degli affari istituzionali di Meta, Joel Kaplan, ex funzionario della Casa Bianca sotto Bush figlio, ha fatto sapere che “l'Europa sta andando nella direzione sbagliata sull'AI” e che il colosso guidato da MarK Zuckerberg non firmerà il codice di condotta sulle GPAI, un documento volontario introdotto dalla Commissione europea per guidare le aziende nell'adempimento degli obblighi dell'AI Act. E che serve anche da cartina di tornasole per distinguere gli amici dai nemici.Inutile dire che Meta si è incasellata nei secondi. Non sono più i tempi dell'ottimismo sfrenato dell'economia delle piattaforme. Né gli anni in cui i social sentivano di dover rispondere di qualche responsabilità sociale. Oggi c'è Donald Trump alla Casa Bianca, lo slogan è “America first” e regole europee stanno strette. Zuckerberg fa così l'alfiere del pugno duro delle big tech. E cerca anche di prendersi lo spazio di broligarch preferito lasciato libero dal divorzio tra il presidente degli Stati Uniti e Elon Musk. Quando Unione europea e Stati Uniti si siederanno al tavolo dei dazi, i cahiers des doléances di mister Facebook, fresco di un patteggiamento per cavarsi di impiccio dallo scandalo Cambridge Analytica sull'uso dei dati personali degli utenti del suo social, serviranno come merce di scambio.Chi dice sìPiù sottile la tattica di OpenAI. Siccome Sam Altman ha bisogno di trovare nuovi spazi in cui piazzare la sua tecnologia (vedi il browser che pianifica di lanciare in concorrenza a Google), l'azienda di ChatGPT ha fatto sapere che sottoscriverà il codice di condotta. Altman guarda più lungo, punta ai progetti di infrastrutture e data center che la Commissione vuole realizzare. E dunque una gigafactory (come a Bruxelles hanno battezzato questo impianti) val bene un po' di scartoffie da riempire per rassicurare gli europei che ChatGPT rispetta le loro regole. A impegnarsi a sottoscrivere il codice c'è anche Mistral AI, la più importante e finanziata startup europea dell'intelligenza artificiale. Altro sì di peso.Siamo, insomma, a un provvisorio due a uno in favore della Commissione. Che però non tiene conto dei tanti silenzi. Meta ha messo nero su bianco che non firma perché ritiene che il codice “introduca numerose incertezze legislative per gli sviluppatori dei modelli, così come misure che fanno ben oltre il perimetro dell'AI Act”. E si intestata di voler rappresentare anche gli interessi di quelle 44 grandi aziende europee, tra cui Bnp-Paribas, Axa, Carrefour, Asml e Lufthansa, che qualche settimana avevano chiesto di congelare l'implementazione del regolamento. Come pure avevano fatto una cinquantina di startup. E Ccianet, associazione che rappresenta i grandi colossi tecnologici americani, tra cui Apple, Amazon, Cloudflare, Intel, Ebay, Google e la stessa Meta.Le linee guida e il codice di condottaProprio le linee guida appena approvate aiutano a dare forma alla sfida che attende la Commissione. In sintesi aiutano a identificare quali sono i modelli di GPAI, ossia quelli addestrati con potenze di calcolo uguali o superiori a 10^23 FLOPs (floating point operations per second, un'unità di misura della capacità computazionale) e in grado di generare testo, audio o immagini e video da un'istruzione testuale. Inoltre servono a capire quando si usa un modello di AI come fornitori o quando si diventa sviluppatore (se usano almeno un terzo delle risorse di calcolo), specificano le esenzioni per i modelli open source e chiariscono gli obblighi per i modelli ad alto rischio (tra cui aumentare la sicurezza cyber e informare Bruxelles quando hai sviluppato un prodotto di questo tipo).Per aiutare a orientare i modelli, la Commissione ha identificato in un allegato alle linee guida otto esempi che, per numero di Gpu (unità di elaborazione grafica, quindi hardware) o di parametri utilizzati per l'addestramento, hanno un potere di calcolo di 10^23 FLOPs e quindi sono GPAI. Anche se non di tutti i modelli sul mercato sono note le specifiche tecniche, quelle usate per le descrizioni sono sufficienti a dare un nome e un cognome alle intelligenze artificiali messe sotto esame. E quindi a capire a chi Bruxelles dovrebbe guardare per avere appoggi significativi. Non è una sorpresa che appare in controluce. Oltre a modelli di OpenAI e Mistral, si riconoscono Stable Diffusion (il modello di generazione di immagini di Stability AI, società inglese) o Imagen e Gemini di Google. O ancora Claude, il chatbot di Anthropic, o MPT di MosaicML.Alla Commissione europea serve che qualcun altro alzi la mano e dica: “Ci sto”. Potrebbero anche essere realtà come EleutherAI o Bigscience, che sono open source. Ma insomma, serve sostegno. Politico. Come appoggio politico cerca chi vuole frenare i prossimi passi del regolamento. Pubblicando il codice di condotta in ritardo e a ridosso della scadenza, Bruxelles ha voluto dare un segno che non cede alle richieste di pausa. Se si vuole discutere, lo si fa dopo aver accettato le regole del gioco. Nelle prossime settimane sentiremo parlare ancora di più di ritardo tecnologico, di competitività, di concorrenza e di principi. Ma se si gratta un po', sotto la superficie si troverà solo una cosa: politica, pura politica.Per la Commissione il codice di condotta è un modo per risparmiarsi un po' di burocrazia. Secondo Zach Meyers, ricercatore presso il Centre for European reform, un centro studi, è bene ricordarlo in sede di negoziato con la Casa Bianca. Secondo l'esperto, la linea morbida del Regno Unito sul digitale non ha poi fruttato molto in termini di ritorno nelle trattative con gli Stati Uniti. All'Europa, insomma, converrebbe tenere dritta la barra. E raccontare il codice dell'AI Act come un facilitatore per le big tech, anziché come un ostacolo. Acrobazie dello storytelling. Chissà se gli europei saranno in grado di fare la giravolta.
All'AI Act non bastano più i sani principi. Ora deve contare i suoi sostenitori tra chi sviluppa i più grandi modelli di intelligenza artificiale
Con il codice di condotta e le sue linee guida, la Commissione europea mette sotto controllo i grandi sistemi di AI. OpenAI e Mistral ci stanno, Meta no. Scatta l'appello








