Dopo l’enocione, presto sarà la volta dei moa. Colossal biosciences, la startup dedicata alla de-estinzione di antichi animali come mammuth e dodo, ha annunciato nelle scorse settimane il prossimo obiettivo: riportare in vita il gigante neozelandese, il più grande uccello mai esistito sulla Terra, ormai scomparso da più di 500 anni. In questo caso, l’operazione ha una sponsorship di peso, quella di Peter Jackson, che ha deciso di finanziare il progetto con 15milioni di dollari, e di donare alla causa diversi fossili di moa in suo possesso (di cui è uno dei più grandi collezionisti viventi). Come in passato, la notizia nel mondo scientifico è stata accolta con scetticismo, e una sana dose di polemiche. Più che comprensibili in questo caso, quando si analizzano i particolari del progetto.Il più grande uccello mai esistitoI moa sono state nove specie di uccelli vissuti in Nuova Zelanda fino alla loro scomparsa, venuta con l’arrivo del loro principale predatore: l’uomo. Gli antenati di questi uccelli sbarcarono sulle coste neozelandesi circa 50 milioni di anni fa, evolvendo caratteristiche uniche in questo nuovo ambiente. I moa sono stati infatti gli unici uccelli mai esistiti completamente privi di ali (presenti sotto forma vestigiale anche nei loro antenati). E le due specie di dimensioni maggiori, Dinornis robustus e il Dinornis novaezelandiae, sono considerati gli uccelli più alti mai esistiti, con la loro altezza di oltre tre metri e mezzo.A prescindere dalle dimensioni, i moa erano tutti uccelli erbivori, e abitavano in quasi ogni ambiente delle isole neozelandesi: dalle fitte foreste, alle praterie, ai pascoli subalpini. L’incontro con l’uomo è avvenuto verso la fine del tredicesimo secolo, con l’arrivo dei coloni polinesiani che sarebbero poi diventati il popolo maori. Si ritiene che la disponibilità di carne e uova di questi uccelli, tutto sommato mansueti, abbia svolto un ruolo fondamentale per permettere ai nuovi arrivati di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, più rigide di quelle da cui provenivano. Ma dopo circa 300 anni, la pressione esercitata dalla caccia e dai cambiamenti che stavano sconvolgendo gli ecosistemi insulari neozelandesi si è rivelata troppo forte, spingendo all’estinzione tutte le specie di moa entro la fine del 1500. Oggi di questi animali rimangono i resti fossili, estremamente abbondanti nelle isole della Nuova Zelanda. E i racconti custoditi nelle tradizioni orali dei maori. Collossal bioscience, ovviamente, vuole cambiare la situazione.Il ritorno del moaIl progetto, annunciato lo scorso 8 luglio, dovrebbe seguire un percorso simile a quello visto con gli enocioni (i dire wolf resi celebri in italiano come “metalupi” nella trasposizione fantasy di George Martin). Il primo passo è recuperare abbastanza Dna di moa per riuscire a studiarne le caratteristiche salienti. E su questo aspetto, i ricercatori di Colossal bioscience sarebbero già a lavoro, con l’obbiettivo di studiare il genoma di tutte e nove le specie di moa. Individuate le caratteristiche genetiche necessarie per riprodurre questi animali, è quindi tempo di replicarle, modificando geneticamente un embrione di qualche parente dei moa ancora in vita. Gli embrioni saranno quindi impiantati in una madre surrogata, e se tutto andrà per il meglio, si otterranno delle uova e, una volta schiuse, dei moa redividi.Nel caso degli enocioni, le modifiche apportate hanno riguardato appena 20 geni, e sono state effettuate sul template genetico dei loro parenti più prossimi, i lupi grigi. Non è dato sapere come siano stati scelti i geni in questione, ma molti esperti sospettano che si sia trattato di una selezione volta a differenziarli dai lupi principalmente sotto l’aspetto estetico (e il fatto che i cuccioli siano venuti tutti con il pelo bianco, proprio come Spettro/Ghost il più famoso metalupo della saga di Martin, sembra un indizio non da poco). E per questo motivo, invece che di enocioni sarebbe più corretto parlare di lupi ogm, più o meno somiglianti alla specie estinta.Nel caso dei moa, i ricercatori della biotech americana hanno annunciato che le modifiche genetiche che verranno apportate saranno molto più pervasive di quelle utilizzate con i dire wolf. “La differenza qui è che con i moa si cercherà realmente di ricreare il moa e riportarlo in vita”, ha spiegato al New Scientist Andrew Pask, ricercatore dell’università di Melbourne che collabora con il progetto della Colossal Bioscience in qualità di consulente. “Nessuno potrà mettere in dubbio che questi sono moa quando emergeranno dalle loro uova. Al termine del processo sarà un moa ricreato, o ri-ingegnerizzato”.È possibile la de-estinzione?Nonostante la fiducia mostrata dall’azienda americana e dai suoi consulenti, lavorare con i moa sarà molto complicato. I parenti più stretti di questi animali sono infatti i tinamidi, una famiglia di uccelli simili a pernici diffusi nel Centro e nel Sud America che vantano un antenato comune con i moa circa 58 milioni di anni fa. Le specie più grandi di questa famiglia però non raggiungono per dimensioni le galline comuni. Ed è impensabile quindi che possano deporre le gigantesche uova di un animale che dovrebbe raggiungere i tre metri e mezzo di altezza una volta adulto.Come base per la de-estinzione dei moa si userà quindi l’emu, un uccello molto simile per forma e dimensioni, ma ben più distante evolutivamente di quanto non lo fossero i lupi grigi dagli enocioni. Le somiglianze tra i due animali sono infatti frutto principalmente di convergenza evolutiva (caratteri evoluti indipendentemente da due specie in ambienti simili), e con tante differenze sul piano genetico, è davvero difficile immaginare che si possa ottenere anche solo qualcosa di simile ai moa originali.Secondo molti genetisti, per parlare propriamente di de-estinzione bisogna avere a disposizione un genoma abbastanza completo da poterlo replicare per intero, sostanzialmente clonando la specie estinta. Il problema è che con animali scomparsi anche solo da qualche centinaio di anni (come è il caso del moa), i campioni disponibili sono troppo degradati per una simile operazione. Ci sarà necessariamente qualche vuoto da riempire con geni presi altrove, o ingegnerizzati ex-novo. E il risultato non sarà quindi una replica fedele della specie scomparsa.Questo, senza considerare il ruolo che svolgono tutti gli aspetti extra-genetici dello sviluppo sull’aspetto e sul comportamento di un animale. Per questo, in un report del 2016 l’International Union for Conservation of Nature aveva definito impossibile parlare di de-estinzione per animali di cui non rimane al mondo neanche un singolo esemplare vivente. “Nessuna delle strade attualmente percorribili – si legge nel documento – può creare in una replica esatta di una specie estinta, per via delle differenze che presenterebbe sul pianto genetico, epigenetico, comportamentale, fisiologico, e non solo”.E cambiando definizione?Per Colossal bioscience e i suoi sostenitori, il problema è del tutto teorico. Secondo loro, se un animale assomiglia ad un moa e si comporta in modo simile ad un moa, è abbastanza per parlare di de-estinzione del moa. Liberati in natura, questi animali (e altri, come dodo e mammut) riprenderebbero il loro ruolo negli ecosistemi che abitavano, ripristinando funzioni ecosistemiche perdute e aumentando la biodiversità.Non è detto però che le cose andrebbero realmente così. “Per prima cosa, il loro habitat è sparito”, spiega Nic Rawlence, direttore del laboratorio di paleogenetica dell’Università di Otago, commentando l’annuncio della biotech americana. “È stato quasi completamente distrutto dalle modifiche a cui è andato incontro l’ambiente. Se poi portati davvero indietro una specie, devi riportarne in vita abbastanza individui per evitare che diventino inbred come la famiglia reale inglese o la dinastia degli Asburgo. E se riporti in vita questi animali, avranno bisogno di un programma di conservazione. Chi se ne occuperà? Chi fornirà ai tangata whenua [il termine con cui ci si riferisce al popolo della Nuova Zelanda in lingua maori, ndr.] i soldi per conservarli, in modo da non creare un costo di opportunità? È così che i fondi verrebbero portati via da un’altra area per conservare i moa de-estinti, col rischio che ci siano meno risorse per proteggere alcune delle nostre specie realmente in pericolo, e che queste finiscano per estinguersi”.Soldi sprecatiIn effetti, una delle critiche mosse più spesso progetti di Colossal biosciences è che l’enorme quantità di finanziamenti privati che stanno riuscendo a raccogliere con i loro programmi spot (l’azienda è quotata oltre i 10 miliardi attualmente), di dubbia utilità ecologica, sottraggano risorse per le iniziative di conservazione della natura realmente utili. Che per riportare in vita animali scomparsi ormai da migliaia di anni, si trascurino quelli che rischiano di sparire oggi, sotto i nostri occhi. O peggio, che si desensibilizzino opinione pubblica e decisori politici sui rischi sulla necessità di proteggere le specie a rischio. Con l’idea che tanto, se serve, possiamo sempre riportarle in vita.Una preoccupazione eccessiva? Non per gli Stati Uniti. Applaudendo l’annuncio del ritorno dei dire wolf, il segretario degli interni Doug Burgum ha approfittato dell’occasione per scagliarsi contro la lista delle specie a rischio negli Stati Uniti, creata con l’ Endangered Species Act del 1973 da cui – a detta sua – ogni specie che entra è destinata a non uscire mai più.“È tempo di cambiare radicalmente il nostro modo di pensare alla conservazione delle specie a rischio”, ha scritto Burgum su X. “L’unica cosa che vorrei veder andare estinta è la necessità di una lista delle specie a rischio. Dobbiamo continuare a migliorare i nostri sforzi di recupero per far sì che questo diventi realtà. E le meraviglie delle tecnologie di de-estinzione posso aiutarci a creare un futuro in cui nessuna popolazione sarà mai a rischio”.