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Ultimo aggiornamento: 12:03 del 21 Luglio

Dice Giorgia Meloni che il popolo italiano ha il diritto di conoscere la verità sulla strage di via d’Amelio. Un’affermazione sacrosanta. È lecito, però, domandarsi a quale tipo di verità si riferisca Meloni. Da due anni, infatti, le indagini della commissione Antimafia, guidata dalla sua pupilla Chiara Colosimo, hanno imboccato una strada a senso unico sulle stragi. Palazzo San Macuto ha deciso d’indagare sulla morte di Paolo Borsellino concentrandosi soltanto sulla cosiddetta pista di Mafia e appalti.

Secondo questa ricostruzione, dietro alla morte del magistrato ci sarebbe il suo interesse per il dossier del Ros dei carabinieri, che puntava i riflettori sui legami tra Cosa Nostra, la politica e le imprese. Borsellino voleva indagare sulla Tangentopoli siciliana, una versione di Mani pulite shakerata dalla Piovra: un cocktail eplosivo. E molto pericoloso. I suoi colleghi, collusi e codardi, avevano altre idee: invidiosi e in malafede lo isolarano, esponendolo alla vendetta dei boss.

Questa è la pista da sempre preferita dal centrodestra. Il motivo? Ha almeno due pregi: mette sotto accusa i colleghi di Borsellino, ma pure i magistrati che lavorarono alla procura di Palermo negli anni successivi. Ed esclude automaticamente tutti gli altri filoni d’indagine: quella che punta i riflettori sull’entourage di Silvio Berlusconi, in passato sempre archiviata, ma anche quella che conduce all’estrema destra, cioè la cosiddetta pista nera. Oggi in Antimafia si combattono due fazioni: a dare le carte è ovviamente la maggioranza di governo, che spinge per individuare Mafia e appalti come l’unico movente segreto delle stragi. Una ricostruzione illustrata durante le prime audizioni della commissione da Fabio Trizzino, marito di Lucia Borsellino e avvocato anche degli altri figli del giudice assassinato, Fiammetta e Manfredi. Storici sostenitori della pista Mafia e appalti sono poi ovviamente Mario Mori e Giuseppe De Donno, gli ex carabinieri del Ros che furono autori del dossier. Uscito assolto da svariate accuse – dalla mancata perquisizione del covo di Totò Riina alla cosiddetta Trattativa Stato-mafia – sarebbe Mori il vero regista dell’indagine dell’Antimafia. Almeno secondo Report, che ha accusato l’ex generale di aver addirittura proposto i nomi di alcuni consulenti alla commissione. Ora, se fosse vero quello che sostiene la trasmissione di Sigrfrido Ranucci, sarebbe il caso che la presidente Colosimo si facesse consigliare da qualcun altro. E non solo perché dopo l’ultima assoluzione, Mori aveva annunciato l’intenzione di volersi mantenere in salute per veder “morire” tutti i suoi nemici: “Lo dico con odio“, aveva sottolineato. Oltre alle parole, infatti, ci sono le indagini. E l’ex generale è ancora sotto inchiesta a Firenze per le stragi del 1993. Ovviamente la presunzione d’innocenza vale per tutti, anche per lui. La sua presenza a San Macuto, però, può essere un boomerang per il centrodestra. Per esempio può capitare che – durante la sua audizione – Colosimo debba intervenire per redarguire due parlamentari del Pd, rei di aver chiesto all’ex generale un’opinione su via d’Amelio e le sue connessioni con le cosiddette “stragi continentali” di Cosa Nostra. Le bombe del 1993 sembrano essere un tabù per questa commissione, che ha deciso di lavorare solo sulla strage Borsellino, separandola dagli altri attentati degli anni ’90. Il risultato è che il botta e risposta a difesa di Mori ha esposto la presidente Colosimo addirittura ad accuse di “depistaggio istituzionale” da parte dell’opposizione.