Goffredo Bettini, l’uomo che ha sussurrato ai cavalli del Pci e sussurra ora a quelli del Pd, per nulla colpito dal rumorosissimo silenzio opposto dai compagni alla sua recente sortita a sorpresa sul Foglio a favore della separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri, non ha cessato di coltivare il “campo largo” dell’alternativa al centro destra. Esteso, nel suo fervente ottimismo, dalla sinistra cosiddetta radicale ai “progressisti indipendenti” di Giuseppe Conte, al Pd della benemerita Elly Schlein, che sarebbe tornata a dare un’anima di sinistra al Nazareno, e ai moderati.
Senza i cui voti Bettini ammette che l’alternativa non potrebbe concretizzarsi in uno schieramento elettorale vincente. A questi moderati ora sparsi fra cespugli e cespuglietti, ambizioni palesi e occulte, tutte comunque spropositate nella indeterminatezza e dispersione dell’area che dovrebbe rappresentarli, Bettini ha offerto “una tenda”. Ripeto: una tenda, ha detto al Corriere della Sera. Una specie di riserva di indiani ai margini, evidentemente di destra, del “campo largo” perché, sistemata al centro, darebbe troppo fastidio. Forse anche allo stesso Bettini. E gli elettori moderati, titolari dei voti decisivi per il risultato di qualsiasi competizione, dovrebbero votare per una tenda marginale di un campo largo a guida contesa fra la Schlein e Conte? Via, Bettini. Perché disistimare tanto gli elettori moderati, fingendo peraltro di ignorare che ce ne sono abbastanza giù distribuiti fra le componenti del centrodestra? Elettori che proprio in questi giorni stanno toccando con mano, fra le polemiche esplose ancora una volta sui rapporti fra politica e giustizia, la pericolosa, scoraggiante indeterminatezza, a dir poco, del tipo di Repubblica in cui viviamo Siamo a parole stampate nei testi costituzionali, come si sa, in una Repubblica parlamentare.






