Sono ventitrè gli aggettivi con cui il regista Ingmar Bergman definisce la luce nordica nella sua autobiografia “Lanterna Magica”. Protagonista nella Lapponia, appare obliqua e violenta, secca e metallica, esuberante e intensa. Al mattino sprigiona stridenti cromatismi, di sera indugia in vellutati chiaroscuri. Una luce che non richiama ma tesse decisa le relazioni tra gli spazi, tra pieni e vuoti, tra boschi fitti e laghi d’acciaio senza orizzonti come il lago Inari, il maggiore della Finlandia dopo il Saimaa careliano; proprio uno di quei bacini lacustri increspato da isolotti boschivi che, dice una leggenda Sámi, furono creati da un angelo: trasportando con sé un gran secchio colmo d’acqua incespicò in una stella e versò tutto sulla Finlandia. In superficie i bagliori trasformano il paesaggio in un luminoso e incantevole manuale di biodiversità, un libro di legno dal fascino episodico e discontinuo perché la luce qui si diverte a depistare il visitatore con i suoi cambi di umore. Una volubilità amplificata dalle variazioni di un sole che d’estate non tramonta mai. Un semplice volume architettonico, come la kota, arcana capanna di legno con camino, continua a cambiare: appare freddo e rigoroso all’alba, morbido e scivoloso sul far della notte. Che non c’è. O meglio in estate resta fuori dai radar.