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Ultimo aggiornamento: 19:27

È quasi impossibile che due Paesi a larghissima maggioranza ortodossa possano ritrovarsi nel cuore della Chiesa cattolica, ovvero in Vaticano, per negoziare la pace. Leone XIV lo sa benissimo, così come lo sapeva Papa Francesco, e lo sa da sempre anche la Segreteria di Stato. Eppure, nella seconda udienza privata in appena due mesi di pontificato, questa volta nella cornice di Villa Barberini a Castel Gandolfo, dove il Pontefice sta trascorrendo le vacanze, Prevost ha ribadito al presidente ucraino Volodymyr Zelensky “la disponibilità ad accogliere in Vaticano i rappresentanti di Russia e Ucraina per i negoziati”. Immediato il commento della guida del Paese aggredito dal Cremlino: “La proposta di tenere incontri a livello di leader in Vaticano rimane aperta e pienamente fattibile, con l’obiettivo di fermare l’aggressione russa e raggiungere una pace stabile, duratura e autentica. Al momento, solo Mosca continua a respingere questa proposta, così come ha respinto tutte le altre iniziative di pace”.

Un rimpallo di responsabilità che si ripete ogni volta in modo identico. Il Papa, ieri Francesco e oggi Leone XIV, offre la disponibilità del Vaticano a ospitare i negoziati di pace tra la Russia e l’Ucraina. Zelensky risponde di essere disponibile, ma Mosca rifiuta. Un circolo vizioso che va avanti in modo identico ormai da anni e che neanche la diplomazia, vaticana, russa o ucraina, riesce a interrompere per arrivare a un punto d’approdo che, a parole, vede tutti i protagonisti concordi, ovvero il raggiungimento di una pace giusta e duratura. Non che il Vaticano non abbia a cuore la pace in Ucraina come in Medio Oriente e negli altri Paesi che sono protagonisti di quella che Bergoglio definiva molto efficacemente una “terza guerra mondiale a pezzi”. Ma ogni volta non si riesce mai a fare un passo in avanti e si ritorna puntualmente al punto di partenza.