I mercati europei ieri hanno chiuso in rialzo nella speranza che entro la fine della settimana si arrivi a un accordo commerciale tra Stati Uniti ed Europa. Nonostante questa possibilità, è ancora difficile dire quali saranno i dettagli. Il Financial Times sostiene che nonostante i due partner possano arrivare a un accordo temporaneo con dazi reciproci del 10%, è probabile che le due parti continueranno a negoziare nelle prossime settimane per arrivare a un accordo con tariffe più alte, che non comprenderanno tutte le concessioni stipulate nell’accordo tra Washington e la Gran Bretagna. E mentre dagli Stati Uniti nessun membro dell’amministrazione parla dell’andamento dei negoziati lasciando l’Europa nel limbo, da Bruxelles arrivano notizie più rassicuranti: un portavoce dell’Unione europea ha detto che nei prossimi giorni o settimane si arriverà a una bozza di intesa e che non crede che gli Stati Uniti invieranno una lettera.
LE LETTERE Per ora Donald Trump ha spedito oltre 20 lettere, minacciando l’applicazione delle tariffe se non ci sarà un accordo entro il primo agosto. Tra i Paesi ci sono importanti partner commerciali come il Giappone e la Corea del Sud, ma anche Stati che rappresentano meno dell’1% delle importazioni americane, come le Filippine, l’Iraq, la Libia (30% a entrambi), la Moldavia. Più la minaccia al Brasile. Wall Street ha risposto in modo positivo, tornando in rialzo, perché gli operatori ritengono che Trump farà degli sconti e troverà degli accordi. Sempre ieri la Federal Reserve ha pubblicato i verbali dell’incontro di giugno del Federal Open Market Committee (Fomc), nel quale si legge come i governatori della Banca centrale guardano con apprensione al possibile impatto delle tariffe sull’economia americana. Proprio la crescita mondiale è stata rivista in ribasso in un'analisi del colosso delle assicurazioni Swiss Re: per il gruppo le tariffe di Trump dovrebbero rallentare l’economia mondiale al 2,3% nel 2025, rispetto al 2,8% del 2024. Ma tornando all’Europa, oltre al settore auto e alle richieste di Trump di regole meno severe nei confronti delle aziende tech, un grande punto di scontro potrebbe essere il settore farmaceutico: due giorni fa il presidente ha minacciato dazi al 200% per le aziende che non produrranno i farmaci negli Stati Uniti. L’Europa è il principale esportatore di medicine in Usa, con l’Irlanda, la Germania, il Belgio e l’Italia tra i principali produttori. Proprio l’Italia nel 2024 ha esportato oltre 10 miliardi di dollari di prodotti del settore farmaceutico, mentre l’Irlanda circa 50 miliardi, la Germania 27 miliardi e il Belgio 16 miliardi. C’è poi la questione del settore agricolo: nei giorni scorsi alcune fonti avevano detto che la Casa Bianca puntava a imporre dazi del 17% sui prodotti agricoli europei, che rappresentano una parte importante delle esportazioni dell’Unione. L’ITALIA E L’AGRICOLTURA Proprio su questo punto il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ieri nel corso del question time alla Camera ha detto di essere al fianco del settore in questo momento di incertezza e ha fatto arrivare un messaggio chiaro a Bruxelles, anche in vista del bilaterale con Sefcovic della prossima settimana: il voto dell'Italia per l'approvazione del Mercosur è decisivo, ma saranno fondamentali le scelte della commissione sulla Pac e sui mezzi per rendere il mondo agricolo resiliente. In tutte le lettere inviate da Trump nei giorni scorsi, il presidente sostiene che la decisione di imporre i dazi è legata al deficit commerciale che gli Stati Uniti hanno nei confronti di centinaia di Paesi. Alcuni economisti considerano il deficit commerciale complessivo degli Stati Uniti un elemento preoccupante, perché implica una minore attività manifatturiera e quindi meno posti di lavoro per gli americani. Tuttavia, molti esperti criticano l’idea di valutare i rapporti commerciali con altri Paesi esclusivamente sulla base del saldo bilaterale. I disavanzi con singole nazioni, spiegano, sono spesso il risultato di dinamiche complesse e strutturali. Il fattore principale è che alcuni Paesi si specializzano nella produzione di beni particolarmente richiesti dai consumatori statunitensi — come automobili o cioccolato — e questo non dipende dalle scelte di un governo straniero, né può essere facilmente modificato. Tuttavia Trump resta convinto che i dazi «siano una grande cosa per il nostro Paese», ha detto ieri dalla Casa Bianca nel corso dell’incontro con i leader di alcuni Paesi africani. «Abbiamo incassato centinaia di miliardi di dollari in dazi e non abbiamo nemmeno ancora iniziato».






