Europa e Stati Uniti sono vicini a un accordo commerciale con dazi al 15% sulle importazioni dall’Ue. Ma tutto, alla fine, dipenderà dal volere ultimo di Donald Trump, avvertono fonti diplomatiche di stanza a Bruxelles. A giustificare l’ottimismo, però, c’è l’intesa-modello appena siglata dal presidente americano con il Giappone, che infatti è stata interpretata dai mercati come indice di una schiarita Ue-Usa all’orizzonte. Se confermata, eviterebbe le maxi-sovrattasse del 30% su quasi tutto l’export europeo pronte a scattare il 1° agosto in caso di “no deal”. La prospettiva vede tutte le principali Borse europee chiudere in rialzo, con un exploit dei titoli automotive: Parigi prima della classe a +1,37%, seguita a un’incollatura da Milano a +1,33% e davanti a Francoforte a +0,83% e Madrid a +0,31%.
I negoziati tra le due sponde dell’Atlantico si sono intensificati nelle ultime ore a livello tecnico e politico, con un nuovo colloquio tra il commissario al Commercio Maros Sefcovic e l’omologo americano Howard Lutnick ieri pomeriggio, dopo la fumata grigia di una settimana fa a Washington. Al termine dello scambio, Sefcovic ha descritto la situazione in evoluzione agli ambasciatori dei 27 Paesi Ue riuniti nel Coreper: l’ipotesi sul tavolo - su cui i governi sarebbero pronti a dire sì - prevede un dazio del 15% su quasi tutto l’export verso gli Usa. Ciò dovrebbe valere pure per le automobili, oggi tassate al 25%, e per acciaio e alluminio, perlomeno sotto una certa quota, oltrepassata la quale si tornerebbe al prelievo attuale del 50%. L’aliquota non sarebbe ulteriore, ma ingloberebbe il livello medio di tariffe pre-esistenti del 4,8%. Assodato che, per arrivare a un’intesa, l’Ue deve fare numerose concessioni, i tecnici europei sono all’opera per strappare il più alto numero di eccezioni. Si lavora, in particolare, per esentare dal prelievo alcune categorie di merci, come aeromobili (così da evitare una riedizione della guerra dei cieli Boeing-Airbus), liquori e dispositivi medici. Nella notte tra martedì e mercoledì, Trump aveva annunciato un «enorme» accordo commerciale con il Giappone: prevede dazi del 15% (anziché del 25%) sulle esportazioni verso gli States, ma anche l’apertura del mercato nipponico al riso e alle auto americane, oltre all’impegno a investire 550 miliardi di dollari negli Usa nei prossimi anni, in particolare nell'industria farmaceutica e in quella dei microchip. Ed è nella penna del presidente che rimane adesso pure la firma sull’intesa Usa-Ue, avverte una fonte diplomatica che predica cautela. In vari momenti di avvicinamento alla meta, infatti, la Casa Bianca si è poi irrigidita, ad esempio insistendo su un allentamento delle regole Ue per Big Tech. Intanto, il mantra latino “Si vis pacem para bellum” (se vuoi la pace prepara la guerra), che finora Ursula von der Leyen ha applicato alla corsa al riarmo dell’Europa, finisce per estendersi alle trattative commerciali. «La nostra priorità rimane negoziare, ma continuiamo a prepararci a tutti gli scenari, comprese eventuali contromisure», aveva avvertito ieri mattina un portavoce della Commissione, a proposito della scelta di riunire in un unico elenco sia la lista di contro-dazi per 21 miliardi di euro, già approvata dai governi e per il momento sospesa, sia il secondo lotto per 72 miliardi, che è stato a lungo negoziato ma non ancora validato. Il nuovo pacchetto di 93 miliardi nato dalla fusione dei due già oggi sarà messo al voto dei rappresentanti dei governi Ue, nella cosiddetta procedura di comitologia (serve la maggioranza qualificata degli Stati per bocciare la proposta). Bruxelles vuole in questo modo «rendere le nostre misure di ritorsione più chiare, semplici ed efficaci», e avere più leva negoziale: in caso di fallimento dell’ultimo miglio delle trattative, la lista entrerebbe in vigore il 7 agosto. La ritorsione mette nel mirino circa un terzo dell’export Usa verso l’Ue (tra cui aerei civili, auto e whiskey), con un’aliquota analoga al 30% minacciato da Trump. E sempre nell’ipotesi di mancato accordo, tra i governi dei 27 si registra quello che un diplomatico descrive come «ampio consenso» per l’attivazione, per la prima volta, del “bazooka” commerciale, lo strumento anti-coercizione che limiterebbe gli affari delle imprese Usa nell’Unione. La Commissione ha già svolto il lavoro preparatorio ma, nonostante le aperture della Germania, la Francia è, per ora, da sola a chiedere a von der Leyen di scatenare da subito la rappresaglia.IL RESTO DEL MONDO - Dal Sudamerica all’Estremo Oriente, intese di libero scambio con il resto del mondo continuano a essere nel radar di Bruxelles. «L’87% del commercio globale avviene con altri Paesi, molti dei quali alla ricerca di stabilità e opportunità», ha avvertito von der Leyen da Tokyo, durante il summit Ue-Giappone che ha visto la sigla di un patto per la competitività, a cominciare dalla fornitura di terre rare. Oggi, a Pechino, l’incontro con il leader cinese Xi Jinping.











