Un rapporto di Francesca Albanese, relatrice speciale per i territori palestinesi delle Nazioni Unite, accusa le principali aziende tecnologiche statunitensi di fornire un supporto cruciale alle operazioni militari israeliane nei territori palestinesi occupati. Il documento, presentato il 30 giugno al Consiglio dei diritti umani Onu, è stato redatto da Albanese, che dal maggio 2022 ricopre l'incarico di relatrice speciale per la situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967. Albanese ha anticipato a The Big Interview, l'evento di Wired del 26 giugno, che ai primi di luglio avrebbe diffuso il documento. Il suo mandato prevede il monitoraggio indipendente della situazione nei territori palestinesi e la redazione di rapporti periodici per il Consiglio dei diritti umani.Nel documento di 39 pagine, intitolato From economy of occupation to economy of genocide, Albanese sostiene che Microsoft, Google, Amazon e Palantir "fornirebbero infrastrutture tecnologiche cruciali" che consentono a Israele di mantenere sistemi di sorveglianza di massa e operazioni militari nei territori occupati. Per costruire questa analisi, che si basa anche su documenti aperti e fonti pubbliche, la relatrice ha dichiarato di aver raccolto oltre 200 testimonianze e sviluppato un database di circa mille aziende coinvolte in quello che il documento considera "un sistema di violazioni dei diritti umani e crimini internazionali".Il Project Nimbus e l'infrastruttura cloud militareIl rapporto menziona "un contratto da 1,2 miliardi di dollari denominato Project Nimbus" affidato a Google e Amazon per fornire infrastrutture cloud e di intelligenza artificiale allo Stato israeliano. Il contratto, secondo quanto riportato, sarebbe "finanziato principalmente attraverso spese del ministero della Difesa israeliano" e "garantirebbe a Israele accesso praticamente illimitato alle tecnologie cloud e di intelligenza artificiale delle due aziende". I server di queste aziende, ubicati in Israele, "garantirebbero sovranità dei dati e una protezione dalla responsabilità legale" sotto contratti che il documento definisce "favorevoli con restrizioni o supervisione minime". Il rapporto cita inoltre un colonnello israeliano che nel luglio 2024 avrebbe descritto la tecnologia cloud come un'arma a tutti gli effetti, menzionando specificamente queste aziende.Microsoft, secondo il rapporto, l'azienda "è attiva in Israele dal 1991 e avrebbe sviluppato quello che definisce il più grande centro di sviluppo al di fuori degli Stati Uniti". Le tecnologie Microsoft sarebbero "integrate nei sistemi carcerari, nelle forze di polizia, nelle università e nelle scuole, incluse quelle situate negli insediamenti". Dal 2003, Microsoft avrebbe integrato i suoi sistemi attraverso l'apparato militare israeliano, "acquisendo contemporaneamente startup israeliane specializzate in cybersicurezza e sorveglianza".Secondo il rapporto stilato da Francesca Albanese, Microsoft e il consorzio Project Nimbus, abbiano continuato a fornire supporto a Israele anche durante l’escalation successiva all’ottobre 2023 che ha portato all'operazione nella Striscia di Gaza. Secondo il rapporto in quei mesi, "il cloud militare interno israeliano si è sovraccaricato" - ovvero i sistemi informatici dell'esercito israeliano non riuscivano più a gestire l'enorme quantità di dati e calcoli necessari per le operazioni in corso. In quel momento critico, secondo Albanese, "Microsoft, con la sua piattaforma Azure, e il consorzio Project Nimbus sono intervenuti con infrastrutture cloud e di intelligenza artificiale critiche" per sostenere le operazioni militari.L'intelligence artificiale e la sorveglianza di massaIl rapporto menziona anche Palantir Technologies, specializzata in analisi di big data e software di intelligence per governi e forze dell'ordine. L'azienda americana è stata fondata nel 2003 da Peter Thiel e altri imprenditori della Silicon Valley proprio per sviluppare tecnologie di sorveglianza e controllo predittivo. Il rapporto sostiene che "ci sono ragioni fondate per credere che Palantir abbia fornito tecnologia di controllo predittivo automatizzato, infrastrutture di difesa fondamentali per la costruzione e distribuzione rapida e su larga scala di software militare, e la sua piattaforma di intelligenza artificiale, che consente l'integrazione di dati operativi in tempo reale per processi decisionali automatizzati". Il rapporto evidenzia inoltre come nel gennaio 2024 "Palantir ha annunciato una nuova partnership strategica con Israele e ha tenuto una riunione del consiglio di amministrazione a Tel Aviv 'in solidarietà'", dimostrando secondo Albanese un supporto esplicito alle operazioni israeliane.Di Ibm, il rapporto dice che"ha operato in Israele dal 1972, formando personale militare e dell'intelligence, specialmente dell'Unità 8200", la divisione di intelligence tecnologica delle forze armate israeliane che rappresenta un vivaio per l'industria tech israeliana. La collaborazione più significativa riguarda la gestione dei dati della popolazione palestinese. Dal 2019, secondo il documento, "Ibm Israel ha gestito e aggiornato il database centrale dell'Autorità per la popolazione e l'immigrazione, consentendo la raccolta, archiviazione e uso governativo di dati biometrici sui palestinesi, e supportando il regime discriminatorio dei permessi di Israele". Il rapporto sottolinea come questo sistema sia fondamentale per permettere a Israele di controllare ogni movimento dei palestinesi attraverso un regime di permessi basato sulla profilazione biometrica e controllo digitale della popolazione.Secondo il documento, prima del 2019 era Hewlett-Packard (Hp) a gestire il database biometrico dei palestinesi. Il rapporto conclude evidenziando come l'occupazione israeliana si è tramutata in un "laboratorio digitale", dove tecnologie sviluppate per il mercato civile vengono testate e perfezionate per scopi militari e di controllo della popolazione. Una volta sperimentate sui palestinesi, queste stesse tecnologie vengono poi vendute in tutto il mondo con l'etichetta di "battle-tested" – ovvero "testate in battaglia" – un marchio che le rende più appetibili per altri governi e forze dell'ordine che vogliono acquistare sistemi già provati in situazioni reali di conflitto.
Le big tech accusate di sostenere l'occupazione di Israele, secondo il rapporto della relatrice delle Nazioni Unite Francesca Albanese
Un rapporto Onu punta il dito contro il ruolo del big tech americane nelle operazioni militari condotte da Israele nei territori palestinesi






