È strano che una pellicola potenzialmente polarizzante come The End si piazzi… nel mezzo. Il primo film di finzione di Joshua Oppenheimer (già autore dell’agghiacciante documentario L’atto di uccidere) è un dramma familiare, un racconto distopico post-apocalittico e un musical, quel tipo di opera eccentrica e originale che ami o detesti, che è un capolavoro o una schifezza. Curiosamente, invece, il risultato è buono ma non eclatante, nato da un progetto affascinante ma dal potenziale irrealizzato, con il suo autore indeciso tra l’abbracciare completamente la follia dell'idea e l’accontentarsi di ridurla a una parabola tragicomica non così temeraria. The End è un dramma da camera, ambientato nel lussuoso bunker seppellito in un sistema di caverne (il film è in parte girato nella miniera di salgemma a Petralia in Sicilia) dove si è rifugiato l'entourage di un oligarca - il Padre (Michael Shannon) - che ha fatto fortuna estraendo petrolio in Indonesia (un riferimento a L’atto di uccidere) contribuendo al disastro climatico che ha trasformato la superficie in un luogo pressoché inabitabile.Da almeno vent’anni vive rintanato nel sottosuolo con la Madre (Tilda Swinton), il Figlio (George McKay) e un ristretto entourage composto dal Maggiordomo (Tim “Darling” McInnerny), dal Dottore (Lennie James) e dall’Amica (Bronagh Gallagher). Il Padre lavora con il Figlio alla sua autobiografia da destinare a oscuri posteri, una ricostruzione revisionista del suo coinvolgimento in quegli stessi crimini. La Madre si occupa puntigliosamente della gestione della casa e cura, con la meticolosità di una novella Hildebrand Gurlitt, la preziosa collezione d’arte sottratta all’oblio dell’apocalisse. Il Figlio, viziato e inetto, conduce un’esistenza priva di stimoli senza conoscere nulla di come sia (stata) la vita vera là fuori. Gli altri orbitano intorno a questo nucleo aristocratico cercando di assecondarne i capricci, ben consapevoli di appartenere a un’esigua percentuale di fortunati: tutti gli altri conoscenti della Famiglia, parenti e amici compresi, sono stati lasciati fuori senza farsi tanti scrupoli.In un ciclo e riciclo di routine infinite da Giorno della marmotta (reso ancora più esasperante dalla lunghezza – due ore e mezza – del film) questo gruppetto di sopravvissuti esiste in una dimensione tra l’irreale e il surreale, apparentemente non intaccato dai sensi di colpa (per aver lasciato dietro di sé genitori e figli, per aver reso il mondo la landa desolata che è). L'equilibrio è incrinato dall’arrivo della Ragazza (Moses Ingram) che è riuscita a intrufolarsi nelle caverne in cerca di un rifugio e porta con sé il potere dirompente della sua mera presenza. Una dinamica tesa e disturbante scaturisce dallo scontro tra aristocrazia e proletariato, tra illusione e realtà, tra bugie e verità. I sentimenti repressi vengono esternati attraverso canzoni da musical hollywoodiano anni '50 tutt’altro che memorabili firmate da Joshua Schmidt e Marius de Vries (che pur dalla sua ha Moulin Rouge), melodie fastidiose e discordanti che feriscono l’udito mentre lo sguardo è lusingato dall’eleganza estetica di scenografie e fotografia. L’arrivo della Ragazza scatena reazioni ambivalenti e subdole, ma sono microscopiche scosse telluriche in un dramma che non esplode mai: l’unico modo per sopravvivere in quel microcosmo fragile e alienato è tramite impercettibili assestamenti.The End è politicamente tiepido: si concentra più sull’analisi di come ci si potrebbe da sopravvissuti e da complici di una catastrofe, piuttosto che sulle dinamiche scatenate dalla tensione sociale tra classe alta e bassa che si abbatte sui protagonisti, affetti da sistematica dissonanza cognitiva. Oppenheimer si perde nei meandri splendidamente arredati dell’isolamento di classe, piuttosto che approfondire la discussione politica e il discorso ecologista, adottando uno sguardo compassato che sembra inadeguato, frenato, poco proporzionato all’ambizione del suo debutto narrativo dall’afflato operistico e dalla messa in scena teatrale. Monotono e stonato (le canzoni sono troppo mediocri per essere di sollievo al pubblico di un film che subisce 150 minuti di banale e reiterata quotidianità), quello di Oppenheimer è un progetto accattivante e geniale ma finisce per stare più dalle parti del melodramma magniloquente che del capolavoro. Magari ci siamo sbagliati, e diventerà un cult? Vedremo.
The End è un'opera accattivante, audace e ambiziosa, ma un capolavoro mancato
Joshua Oppenheimer, il regista dello sconvolgente documentario L'atto di uccidere, fa cantare Tilda Swinton e Michael Shannon in un dramma da camera post-apocalittico in salsa musical non del tutto riuscito (ed è un peccato)






