La sfida non è creare i dati, e nemmeno averli precisi, è riuscire a trasformarli in informazioni e tradurli in interventi specifici ed efficaci per ogni singolo luogo. Anche i satelliti spaziali hanno gli stessi problemi degli abitanti terrestri, nonostante riescano ad abbracciare intere fette di pianeta con un solo sguardo. Indurre all’azione concreta. Quelli di Copernicus lo ammettono in modo trasparente attraverso la voce di chi vi lavora ogni giorno per prendersi cura del suolo, qualsiasi tipo di vegetazione lo copra: il network del Copernicus Land Monitoring Service. Questo servizio tematico, coordinato dall’Agenzia europea dell’ambiente (Eea) e dal Centro comune di ricerca (Jrc) della Commissione europea, è uno dei sei del programma Copernicus (gli altri si occupano di atmosfera, mare, clima, sicurezza ed emergenze), ha tenuto la sua assemblea generale a Cracovia e Wired Italia è andato ad incontrarne alcuni membri. Tutti concordano che, per aiutare la Terra dall’alto, servono anche servizi dal basso. In particolare dati, partnership e competenze.Si ad alleati privati, no (per ora) all’aiL’annuncio ufficialmente al centro dell’incontro è l’upgrade della risoluzione per la mappa forestale di copertura del suolo. Passando da 100 metri a 10 metri, i vantaggi per il monitoraggio ambientale in arrivo sono evidenti, soprattutto in casi di riforestazione o di vegetazione giovane, oppure semplicemente di taglia piccola. “Dipende dalle densità e dai pattern - commenta Fred Stolle, il vicedirettore del programma per le foreste del World Resources Institute - bisogna aver chiaro a cosa servono le immagini. La risoluzione elevata non è sempre funzionale: a volte fornisce troppo dati e causa problemi, anche solo per conservarli e gestirli”. Scegliendo esempi da foreste e città di ogni parte del mondo, tornando con la mente a Cracovia, Stolle precisa che, per creare valore, i nuovi dettagli forniti dai satelliti Copernicus avranno sempre e comunque bisogno di una rete e delle partnership. Anche con i privati, ci si prova.Stolle racconta di quando, “per provare a identificare meglio gli alberi in alcuni contesti difficili, abbiamo lavorato con Meta raggiungendo una risoluzione di 1 metro su una specifica area”. Un successo, ma è stato e resta un esperimento, perché il costo dei dati, essendo privati, è troppo elevato per estendere questo miglioramento su scala globale. Con il team di Google Earth Engine sembrerebbe esserci maggiore possibilità di lungimiranza, ma con i privati restano sempre tacitamente aperte due domande: fino a quando durerà l’alleanza e fino a che punto serve investirci economicamente. Nel primo caso, la risposta è fondamentale: servono forniture di dati continuative, perché la crisi climatica trasforma i territori troppo velocemente per poter fidarsi di proiezioni basate sul passato. Nel secondo, come spiega Stolle, “trattandosi di dati privati e costosi, meglio essere certi di averli davvero bisogno e di saperli usare davvero”.Cercasi traduttore, quindi, per rendere i dati semplici da usare per l’utente finale, anche e soprattutto se è un decisore o un amministratore pubblico. “Se aiuta, meglio usare i campi da calcio, al posto degli ettari, ma le informazioni devono risultare chiare” spiega Stolle. L’intelligenza artificiale potrebbe aiutare nella fase di consultazione, “ma dobbiamo stare attenti: è una scatola nera, noi invece dobbiamo essere certi che dia una risposta corretta. La useremo solo una volta eliminato il pericolo di allucinazioni”.Agricolture viste dall'altoIn attesa che l’ai si mostri affidabile, Copernicus collabora con altre tecnologie per confezionare servizi più pronti all’uso delle classiche immagini dall’alto che tutti ormai conosciamo. A suggerirne un esempio è Sven Gilliams, il coordinatore Geoglam (Group on Earth Observations Global Agricultural Monitoring Initiative), iniziativa internazionale lanciata nel 2011 dal G20 per rafforzare ottimizzare l’uso dei dati satellitari nel monitoraggio agricolo globale. Non a caso cita un servizio dedicato ai cereali, il World Cereal System, il primo sistema che ne monitora crescita e salute nei campi in ogni angolo della terra in modo dinamico. “È in grado di fornire mappe di terreni coltivati accurate, aggiornate stagionalmente e con una risoluzione spaziale di 10 metri su scala globale - traduce Gilliams - può aiutare a comprendere meglio i modelli globali di colture e irrigazione, supportando le decisioni relative alla sicurezza alimentare e all’agricoltura sostenibile”. Un servizio sempre più prezioso e totalmente nutrito con i dati aperti e gratuiti dai satelliti di Copernicus e dell’US Geological Survey, da combinare con quelli meteorologici e in situ.Per supportare l’agricoltura non si può solo darle un occhio e una mano dall’alto. Servono informazioni di contesto riguardanti tradizioni e tecniche locali, per riconoscere piccoli appezzamenti o campi misti. Servono parametri misurati al suolo e meteorologici, perché da una stagione all’altra il panorama può diventare irriconoscibile. Servono tanti dati in generale, per allenare il modello e renderlo efficace ovunque: in Africa e in Ucraina, anche se per diversi motivi è sempre sfidante. Lo è anche per l’Italia per via dei suoi appezzamenti micro e della sua variabilità di prodotti che dall’alto ci fa sembrare un enigmatico mosaico. Per varie ragioni, sono quindi numerosi i Paesi che, per beneficiare al massimo dei servizi di Copernicus, devono essere in grado di fornire dati dal basso.In gioco non c’è solo la salute dei campi ma quella dell’intero territorio e di chi lo abita, ma questa perenne e invisibile fragilità diventa cronaca solo nel caso di eventi estremi. Quando avvengono, in Italia come altrove, la capacità di incrociare dati tra cielo e terra, diventa evidentemente cruciale. “In quei casi serve soprattutto per poter inviare notifiche iniziali e studiare il fenomeno combinandolo con i modelli climatici locali, per esempio per ipotizzare la traiettoria di un ciclone e coordinare meglio interventi e soccorsi” spiega Gilliams, sottolineando che “non si può più basarsi sugli archivi. Ultimamente abbiamo perfino smesso di usare i dati dell’ultimo decennio per le proiezioni, limitandoci agli ultimi 5 anni, perché molte anomalie restavano tagliate fuori”.Copernicus in situ, e in paceA fare nomi e cognomi di alcuni alleati preziosi anche in caso di evento estremo è José Miguel Rubio, responsabile della componente Copernicus in situ, quella che lavora per far sì che non manchino i dati da terra e che quelli dallo spazio siano utilizzabili e utilizzati. Per “ancorare al meglio il sistema di monitoraggio ambientale alla realtà”, Rubio crea e supporta varie alleanze come quella geografica con Eurogeographics e quella meteorologica con Eumetnet. In caso di disastri, la prima è fondamentale per la mappatura di emergenza, la seconda per stimare le evoluzioni, entrambe per aiutare Copernicus a individuare le fragilità locali con più precisione.Dati e partnership terrestri minimizzano le incertezze delle informazioni di origine satellitare e ogni tanto salvano delle vite. Nonostante l'iper connessione dilagante, però, averli a disposizione è complesso. Serve budget e non sempre e ovunque c’è, ma Rubio prima di accennare ai soldi, parla di sfide legali e tecniche. Le prime sono legate alla varietà e al numero di attori che producono e gestiscono dati terrestri e che “rendono impossibile avere tutto ben organizzato come nello spazio”, spiega Rubio. Le seconde, riguardano sia gli strumenti e le competenze per utilizzarli, sia la diversità di standard. Tutto ciò fa diventare l’insieme dei dati in situ estremamente eterogeneo, creando un forte problema di interoperabilità. “Serve armonizzazione” ribadisce Rubio, passando alla sfida aggiuntiva e sempre più complessa che si trova ad affrontare in situ: la sicurezza. “Le informazioni anche sulle risorse idriche, fondamentali per l’agricoltura, sono considerate altamente sensibili e nell’attuale contesto geopolitico non è ovvio che un Paese le voglia condividere - spiega - ci sono politiche nazionali che ci impediscono di ottenere questi dati, soprattutto fuori dall’Europa, dove abbiamo meno accordi con agenzie specializzate”. La messa a terra dei dati Copernicus rischia quindi di essere maggiormente ostacolata proprio nelle aree in cui ci sarebbe un gran bisogno di uno sguardo dal cielo.
Copernicus Land Monitoring Service è un gioco di squadra e per vincerlo serve la pace
Il servizio di monitoraggio del suolo da satellite è fondamentale per la sicurezza alimentare di chi abita sulla Terra






