La fabbrica è ferma, ma il tempo corre. E rischia di schiacciare sotto il peso dell’incertezza il destino di migliaia di lavoratori. È un’altra settimana cruciale per il futuro dell’ex Ilva. Domani, al ministero delle Imprese e del Made in Italy, andrà in scena una riunione a oltranza con tutte le amministrazioni coinvolte nell’Accordo di programma interistituzionale. Ma i sindacati lanciano l’allarme: «Senza continuità produttiva non potrà esserci nessuna decarbonizzazione».
I problemi sollevati
Fim, Fiom e Uilm mettono nero su bianco le loro preoccupazioni in un comunicato che sa di ultimatum. Il tema centrale, dicono, è la sopravvivenza degli impianti, oggi gravemente compromessa. L’incidente all’Altoforno 1, la mancata ripartenza dell’Afo2, i problemi all’Afo4, eredità della precedente gestione, e l’assenza di un piano finanziario credibile pongono una domanda urgente: come evitare il collasso definitivo? «Serve un intervento dello Stato per mettere in sicurezza gli impianti e garantire una marcia sostenibile, in particolare su altiforni e acciaierie», scrivono, sottolineando come l’Accordo di programma e il processo di decarbonizzazione non possano prescindere da una produzione stabile. E non basta, secondo i sindacati, lo stanziamento di 200 milioni previsto dal decreto in fase di conversione: la cifra è giudicata insufficiente per rimettere in moto gli impianti e avviare un percorso credibile verso l’obiettivo delle sei milioni di tonnellate annue fissato per il 2026. «Non si può basare tutto sulla speranza che l’unico altoforno in funzione non si fermi irrimediabilmente», ammoniscono.






