Nel giro di cinque anni, la cybersecurity sarà più di una barriera digitale: sarà il metro della solidità aziendale. Lo sarà per chi deve difendere processi, reputazione, forza lavoro. E lo sarà per chi vuole sedersi al tavolo degli appalti, firmare contratti con la pubblica amministrazione, restare agganciato alle catene produttive. Perché una società sicura è anche una società appetibile.

Lo sa bene il 90% dei consiglieri d’amministrazione interpellati a livello globale: per loro la sicurezza digitale è diventata una priorità, come rivela un report di strategia industriale non divulgabile per questioni di riservatezza ma che Il Sole 24 Ore ha potuto consultare.

Rischio cyber e vulnerabilità digitale

Il rischio cyber è così uscito dagli uffici It. È approdato nei consigli di amministrazione ed è diventato materia per figure dirigenziali come i Chief information security officer (Ciso). Perché vulnerabilità digitale significa danno reputazionale, perdita finanziaria, esclusione dal mercato. Come in Italia per Pmi, manifattura e studi professionali: bersagli perfetti, vittime eccellenti di phishing mirato, attacchi alle supply chain aziendali, furti di dati. Sono le armi di un conflitto che non fa rumore ma che frena la crescita e il Pil. E può mandare in tilt intere aziende. Come è successo a una società veneta che, a febbraio scorso, ha dovuto mettere in cassa integrazione 350 dipendenti per colpa di un attacco ransomware, un’estorsione digitale fondata sull’esfiltrazione di dati riservati.