Furono anni di violenza cieca, ma anche di forti ideali. Anni di terrore, come di speranze. E in quell’ampia stagione di riforme al centro ritornò il cittadino, compreso quello recluso, con la sua dignità. Dignità richiamata fin dal primo articolo dell’ordinamento penitenziario, approvato il 26 luglio di cinquant’anni fa. Dignità che è più del divieto a trattamenti «degradanti», per usare il lessico delle norme; è restituzione dei diritti fondamentali. E «dignità» nelle carceri è tornato ad evocare il Presidente della Repubblica, sollecitando «interventi urgenti e lungimiranti».

Uno sguardo lungo è proprio la cifra che rende la riforma del codice penitenziario, vecchia di mezzo secolo, ancora così moderna e in molti aspetti inattuata. Pur nei terribili anni di piombo si comprese come la risposta non potesse essere solo la custodia degli autori di reato, ma una completa presa in carico della persona, per restituirla alla società dei liberi non più disposta al crimine. Così chiede la Costituzione e così suggerisce la convenienza. Perché il carcere costa molto (3,4 miliardi l’anno) e solo col crollo della recidiva si risponde al bisogno di sicurezza. Ma affinché il percorso riesca, occorre restituire al complesso sistema penitenziario la sua funzione di ponte tra dentro e fuori, raccolta dall’ordinamento; di istituzione deputata non solo a contenere, ma accompagnare ognuno dei detenuti attraverso un percorso su misura. Un cammino a cui sono chiamati più attori.