ORIANA FALLACI. Onorevole Berlinguer, questa vuol essere un’intervista sul PCI vis-à-vis della crisi internazionale, cioè d’una realtà che rischia di precipitare nella Terza guerra mondiale. Quindi i temi da trattare sono molti e il primo, mi sembra inevitabile, riguarda i vostri rapporti con l’Unione Sovietica. Lo affronto anche pensando all’attacco che la rivista sovietica «Tempi Nuovi» ha scagliato recentemente contro Pajetta: un attacco furibondo, col quale gli chiedevano addirittura da che parte stesse, e suppongo diretto più a lei che a Pajetta. Eppure Pajetta è andato ugualmente a Mosca e, dopo l’incontro con Kirilenko, Ponomariov, Zimianov, Zagladin, ha detto ai giornalisti «che non c’era stato nessun armistizio perché non c’era nessuna guerra in corso». Scusi la domanda brutale: insomma, non rompete mai coi sovietici? Ogni volta sembra che stia per succedere chissà quale terremoto, chissà quale scisma, e invece, passato il temporale, torna a splendere il sole.

ENRICO BERLINGUER. Proprio sole non direi né direi che splende. Basti ricordare le posizioni che in questi sei mesi sono state assunte dal partito sui problemi internazionali: la nostra condanna dell’invasione sovietica in Afghanistan, la nostra mancata partecipazione alla conferenza dei partiti comunisti europei promossa dal PC francese e dal PC polacco, il nostro viaggio in Cina per ristabilire i rapporti col Partito comunista cinese. Prese di posizione alle quali i sovietici hanno reagito coi toni aspri che lei ha rilevato. C’erano stati altri attacchi diretti e indiretti negli ultimi anni, ad esempio sulla questione dell’eurocomunismo, ma niente di simile a quello di «Tempi Nuovi». Però non abbiamo rotto, è vero. E alla sua domanda rispondo: perché è la politica che noi seguiamo. Affermare la nostra autonomia, dire la nostra senza esitazioni, e al tempo stesso mantenere il filo dei rapporti, cioè il dialogo aperto. Coi cinesi non abbiamo fatto così? Eppure le nostre posizioni rimangono diverse anche da quelle dei cinesi, e oggi siamo uno dei pochi partiti comunisti che hanno rapporti sia coi sovietici sia coi cinesi.