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Il 25 giugno di cinquant’anni fa, nel 1975, la prima ministra indiana Indira Gandhi dichiarò l’Emergenza, una sospensione delle normali libertà democratiche di fronte a “minacce interne ed esterne”. Durò per 21 mesi, in cui l’India imboccò una via autoritaria: fu la stessa Gandhi a mettervi fine, indicendo delle elezioni, che perse largamente (sarebbe poi tornata al governo anni dopo). Il periodo dell’Emergenza fu pieno di cose importanti, da arresti indiscriminati all’attuazione di politiche radicali sull’economia e sulla società indiane.
Cinquant’anni dopo tutto questo resta attuale ed è strettamente collegato alla situazione politica, per vari motivi. Il primo è che dopo oltre dieci anni di governo sempre più autoritario del primo ministro Narendra Modi, conservatore e nazionalista, molti oppositori ritengono che in India sia in corso una “Emergenza non dichiarata”, con arresti e processi che colpiscono gli oppositori e le libertà democratiche.
La seconda ragione è legata alla famiglia di Indira Gandhi. I suoi eredi controllano ancora il Partito del Congresso, che fu a lungo al governo e ora è la principale forza di opposizione al Bharatiya Janata Party (BJP) di Modi. Siamo alla terza generazione di Gandhi: Rahul e Priyanka sono meno carismatici, efficaci e potenti di nonna e padre, ma restano il vero collante del partito e forse dell’intera opposizione.






