Può un fatto vero, tragico, una storia dell’orrore diventare spunto per una delle comiche più divertenti della storia del cinema? È quello che accadde con La febbre dell’oro (in originale The gold rush), capolavoro del maestro Charlie Chaplin che compie un secolo. Il 26 giugno 1925 a Hollywood si teneva la prima del film, cento anni dopo la proiezione in piazza Maggiore a Bologna con l’orchestra dal vivo grazie al Cinema Ritrovato.

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Dall’orrore alla comica, la storia vera della spedizione Donner

Chaplin era in crisi di ispirazione. Per il suo terzo lungometraggio, dopo il successo de Il monello (1921) e dopo il risultato al di sotto delle aspettative de La donna di Parigi (1923) – in cui il regista non recitava – il comico britannico voleva una storia che riportasse il suo Vagabondo all’abbraccio col pubblico. L’idea per la storia cominciò a maturare una domenica mattina in cui era ospite del produttore cinematografico Douglas Fairbanks guardando delle diapositive stereoscopiche di cercatori d’oro dell’Alaska e del Klondike che descrivevano i disagi e le difficoltà di quel mestiere pericoloso. Tempo dopo il regista incappò in un libro che raccontava una storia vera e terribile: “Lessi un libro sulla spedizione Donner, che diretta in California, sbagliò strada e si smarrì sui monti ricoperti di neve della Sierra Nevada. Su centosessanta pionieri ne sopravvissero soltanto diciotto” racconta Chaplin nella sua autobiografia (Mondadori, 1964). I diciotto sopravvissuti si erano sfamati arrostendo i mocassini e dandosi al cannibalismo. “È paradossale che nell’elaborazione di una comica la tragedia stimoli il senso del ridicolo” commenta lo stesso regista.