Immaginate un’adolescente problematica ai tempi del Covid. Costretta in casa, connessa h 24. Si imbatte in siti Lgbtq+ che la convincono che il suo problema è un corpo che cozza con la sua vera identità. È così che la transizione di genere diventa per lei il percorso della speranza, la soluzione per uscire dal tunnel della depressione. Gli stessi siti ti danno l’indirizzo dello psicoterapeuta adatto alla bisogna. Che fa in fretta la diagnosi di disforia di genere e indirizza la paziente dall’endocrinologo che prescrive i farmaci per bloccare il ciclo.
Troppo semplice, troppo facile: perché non si tratta di cambiare dieta o di rifarsi il guardaroba. Sono scelte irreversibili che mandano in tilt le famiglie, catapultate in un mondo che non conoscono e che non capiscono. Ce lo racconta Daniela, parlando del caso di sua figlia: «All’improvviso si è dichiarata trans. Premetto che faceva gesti di autolesionismo, aveva avuto una fase di anoressia. Era insomma una ragazza già pesantemente medicalizzata. Lo psicoterapeuta dopo poche sedute ha fatto la diagnosi di disforia di genere. Abbiamo provato con un altro specialista, che è andato a fondo dei problemi della ragazza. Ha capito che c’erano dei traumi da far emergere. E alla fine mia figlia è tornata sui suoi passi. Ma la mia esperienza è comune a quella di molti altri padri e madri. Oggi io sono presidente di un’associazione che vuole dare risposte alle famiglie disorientate e che vuole capire come mai c’è una crescita così veloce di casi di disforia di genere».






