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Un giorno dopo i bombardamenti statunitensi sui tre siti nucleari iraniani di Fordo, Natanz e Isfahan non ci sono certezze sull’entità dei danni causati dalle bombe. Domenica sera, poco dopo gli attacchi, il presidente statunitense Donald Trump aveva detto che le capacità nucleari iraniane erano state «completamente e totalmente annientate». Poi la sua stessa amministrazione ha in parte ridimensionato gli effetti degli attacchi, parlando di «danni gravi» ma non necessariamente annichilenti, mentre l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) delle Nazioni Unite ha detto di non avere informazioni sufficienti per stimare i danni.
Domenica anche Dan Caine, il capo di Stato maggiore della Difesa, ha detto che per valutare l’entità dei danni ci vorrà del tempo, mentre in un’intervista con NBC News il vicepresidente J.D. Vance si è detto convinto che gli attacchi abbiano «ritardato in modo sostanziale le possibilità [dell’Iran] di sviluppare un’arma nucleare». L’Iran ha ufficialmente parlato di danni limitati, quasi certamente anche per ragioni di propaganda.
Le prime analisi, basate sulle immagini satellitari, mostrano danni e “crateri” formati dalle bombe che sono state sganciate, ma al momento non è possibile stabilire se il programma nucleare iraniano sia stato effettivamente fermato o ritardato in modo rilevante, come negli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele. Vari analisti ritengono che prima degli attacchi l’Iran avesse spostato altrove (non è chiaro dove) circa 400 chilogrammi di uranio arricchito, ossia quello che con un ulteriore processo di arricchimento servirebbe per produrre armi atomiche e che viene lavorato nei siti colpiti.











