Sono lontani i tempi in cui Donald Trump stringeva la mano a Kim Jong-un promettendogli investimenti in cambio della rinuncia al nucleare. Non è possibile stabilire se il bombardamento americano abbia cancellato o solo rallentato la marcia iraniana verso la Bomba. Una cosa però è certa: l’azione di Trump ha aggiunto caos all’incertezza internazionale. Nella penisola coreana, fronte al momento trascurato di rischi, il regime di Kim Jong-un non ha perso l’occasione di poter condannare «l’avventurismo di Stati Uniti e Israele». È noto che Pyongyang continua a potenziare l’arsenale di armi di distruzione di massa, a dispetto delle sanzioni varate a suo tempo dall’Onu. Il Maresciallo conta proprio su missili e testate nucleari, in continuo sviluppo anche con l’assistenza russa, come polizza di assicurazione sulla propria vita e come deterrente da un ipotetico tentativo di «regime change» architettato a Washington. Ora Kim sa anche che il suo ex partner di diplomazia teatrale (tre vertici tra 2018 e 2019) è capace di ordinare un «first strike» e dovrà (forse) cambiare tattica: la denuclearizzazione del Nord è impensabile, il dialogo potrebbe riprendere, se e quando la Casa Bianca troverà tempo, con obiettivi più modesti e realistici.