“Credo di essere stato la prima ‘rockstar’ tra i disc jockey”, racconta il dj che da 35 anni fa il tutto esaurito ovunque si esibisca

di Carlotta Magnanini

4 minuti di lettura

Se dovesse scegliere un pezzo, uno solo, da mettere nella discoteca dell’inferno, sarebbe The Rhythm of the Night. In paradiso, invece, vorrebbe in loop What A Wonderful World. Non perché Albertino sia stanco dei “martelli” o identifichi l’Eden con i lenti, ma “perché mi ricorda mio padre: avrebbe voluto fare il musicista, suonava la tromba ed era bravissimo”. Sabino Alberto Di Molfetta, da Paderno Dugnano nel milanese, sceglie ancora con il cuore e con la pancia la sua musica, lo fa da 35 anni. Ma prima la deve ascoltare, deve piacergli e poi, se gli piace, sicuro che con il suo tocco diventerà un successo.

Lui è il dj silenzioso che fa muovere folle, che preferisce chiudere la bocca per andare dritto al sound, che ha portato i locali nell’etere e l’etere nei locali e che, insomma, ha cambiato il nostro mondo radiofonico e delle discoteche. Albertino è anche quello che ha avuto il coraggio di lasciare, sei anni fa, il nido di Radio Deejay (non certo il legame fortissimo con il fratello maggiore) e di sedersi al timone di m2o, un progetto anche multimediale, in cui forse si sente più libero di sperimentare, tendere le orecchie all’estero e aprire nuovi orizzonti agli ascoltatori con la “sua”, di musica. Quella che gli piace e che per questo vuole condividere. “Elettronica, techno, house, urban… qualcosina di rap, pochissimo di trap e pochissimo italiano”, elenca il menù della sua programmazione, con hit ai primi posti delle classifiche globali. “Tipo Bad Bunny, il numero uno su tutti”, dice. Altri? “Ovviamente Drake, Travis Scott”. Non è per vincere facile (non ora, vista la ruspante esplosione di trapper), “faccio anche parecchio scouting per scoprire nuovi talenti”. Qualcuno di cui si sente responsabile? “Anna. Aveva 17 anni quando è venuta qui con sua madre, la mettevo sette volte al giorno e poi la Universal le ha fatto il contratto. E poi i Medusa: erano tre ragazzini di Milano e adesso li chiamano a Las Vegas e ai festival più importanti”.