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Stati Uniti militarmente preparati a fronteggiare la reazione di Teheran. Le incognite di un intervento di terra e il ritiro già sperimentato in Afghanistan

Fin dove si spingeranno gli Stati Uniti? All'indomani dell'attacco ai siti nucleari la domanda rappresenta la più grande incognita politico-strategica. E non trova, fin qui, risposte certe. La promessa di Donald Trump di non coinvolgere l'America in nuove guerre, ricordata dal numero due JD Vance, pesa come una spada di Damocle sulle scelte di Pentagono e Casa Bianca. E ancor di più pesano le incognite legate alle scelte dell'Iran e dell'alleato israeliano.

L'Iran può scegliere tra tre mosse. La prima è incassare il colpo senza far nulla. La seconda è attaccare qualcuna delle 19 basi americane sparse in Medioriente. La terza è tentare il blocco di Hormuz con mine o l'impiego di barchini. Nella prima opzione spera l'amministrazione Trump, pronta a vendersi la scelta nemica come una resa incondizionata e rivendicare un pieno successo. Per contro una reazione iraniana costringerebbe gli americani a reagire con molta forza. Militarmente l'opzione è assolutamente alla loro portata. I quarantamila soldati presenti in Medioriente possono contare sulle centinaia di aerei da combattimento F35, F15 ed F16 posizionati nelle basi di Al Udeid (Qatar), Al Dhafra (Emirati Arabi) e sui bombardieri strategici B2 rientrati a Diego Garcia dopo le incursioni su Fordow della scorsa notte.