A distanza di quasi quattro anni dalla caduta di Kabul, l’Afghanistan dei talebani non è più una nazione isolata. Mentre Stati Uniti ed Europa si tormentano tra sanzioni, congelamenti di fondi e dibattiti sull’opportunità di un riconoscimento formale, Russia, Cina, India e altri paesi in via di sviluppo si muovono in silenzio per ritagliarsi uno spazio d'azione a Kabul.Il Forum economico di San Pietroburgo, l'ambasciatore cinese ufficialmente insediato nella capitale afghana, gli incontri tra talebani e diplomatici indiani a Dubai: segnali inequivocabili che, mentre l’Occidente arretra, nuove potenze sono pronte a riempire il vuoto.India e talebani: una diplomazia pragmaticaIl 2025 ha visto un'accelerazione nel dialogo tra Nuova Delhi e i talebani. Il ministro degli Esteri indiano, Vikram Misri, ha incontrato a Dubai l’omologo ad interim afghano, Amir Khan Muttaqi. Si è discusso di sicurezza, di sviluppo di progetti infrastrutturali e dell'uso del porto iraniano di Chabahar per il commercio. È l'incontro di più alto livello tra i due paesi da oltre vent'anni.Non si tratta ancora di un riconoscimento ufficiale. Ma l’India ha già riaperto un ufficio tecnico a Kabul, ha autorizzato un rappresentante talebano al consolato di Mumbai, e fornisce aiuti umanitari, soprattutto in ambito sanitario.Secondo Shanthie Mariet D'Souza, dell'università del Massachussets, esperta di Afghanistan, l’obiettivo di Nuova Delhi è duplice: "Riconquistare influenza" in un paese dove il Pakistan si è tradizionalmente sentito dominante, e contrastare l'espansione cinese nella regione."La vera partita dell'India è anti-pakistana", spiega al telefono a Wired la giornalista Francesca Marino, collaboratrice della rivista Limes: "Non si parla tanto di investimenti economici quanto di contenimento geopolitico. Gli indiani vogliono assicurarsi che l'Afghanistan non diventi un altro teatro di influenza pakistana o cinese".Cina: la corsa alle risorseLa Cina, nel frattempo, si è mossa con pragmatismo spregiudicato. Lo scorso ottobre, Pechino ha concesso ai talebani accesso senza dazi ai suoi vasti mercati, soprattutto nei settori edilizio, energetico e dei beni di consumo.Il premio è enorme: l’Afghanistan possiede vasti depositi di litio, rame, ferro e altre risorse minerarie, indispensabili per la transizione energetica globale. La Xinjiang central Asia petroleum and gas ha già firmato un contratto venticinquennale per l’estrazione di petrolio nel nord del paese, con un investimento iniziale da 150 milioni di dollari annui, destinato a salire a 540 milioni di dollari.Nonostante i rischi di sicurezza - l’Afghanistan resta instabile, e la minaccia islamista persiste - Pechino sembra disposta a correre il rischio, memore della sua lunga esperienza in contesti simili come il Baluchistan pakistano."La sicurezza in Afghanistan oggi è paradossalmente migliore che in Baluchistan", osserva Marino. "I cinesi sanno bene in che cosa si stanno infilando, ma ritengono che il gioco valga la candela".La Russia di Vladimir Putin, alle prese con il conflitto in Ucraina e la necessità di consolidare alleanze anti-occidentali, ha invitato i rappresentanti talebani al Forum di San Pietroburgo.C'è stato anche un riconoscimento formale: il depennamento dei talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche, qualche mese fa, e Mosca ha già permesso ai leader islamisti di riaprire un’ambasciata nella capitale russa. Un gesto simbolico ma potente, che sancisce l'ingresso dell'Afghanistan talebano nella sfera delle relazioni diplomatiche "non occidentali".Il grande assente: l’OccidenteDi fronte a questo attivismo asiatico, l’Occidente sembra defilato. Dopo il ritiro caotico del 2021, gli Stati Uniti della nuova presidenza Trump hanno adottato una linea ancora più dura: sospensione degli aiuti internazionali, minacce di taglie sui leader talebani, richieste irrealistiche come la restituzione di armi abbandonate.La realtà, però, è che il disimpegno occidentale rischia di spingere Kabul ancora di più nelle braccia di Mosca, Pechino e Nuova Delhi.Secondo stime dell'Onu, oltre 23 milioni di afghani - oltre metà della popolazione - avranno bisogno di assistenza umanitaria nel 2025. L'economia è crollata, la corruzione è tornata a livelli endemici e le riserve della banca centrale restano congelate all’estero.Amar Sinha, ex ambasciatore indiano a Kabul, spiega: "Non credo che nessuna nazione sia arrivata al punto di estendere il riconoscimento formale al regime talebano". Il riavvicinamento all'India è perciò visto come molto opportuno dal regime talebano, che in questo momento si trova sotto pressione militare e altre tensioni provenienti dal Pakistan.Sul fronte interno, va detto, il regime non è monolitico. Crescono le tensioni tra i leader "pragmatici" basati a Kabul e la fazione ultra-conservatrice guidata da Haibatullah Akhundzada a Kandahar.La repressione dei diritti femminili ha attirato l’attenzione della Corte penale internazionale, che starebbe valutando l'emissione di mandati d'arresto contro i vertici del regime.Nonostante tutto, il controllo territoriale dei talebani resta solido. Gli attacchi degli affiliati afghani dello Stato Islamico non hanno scalzato il dominio talebano. Kabul rimane saldamente in mano all'Emirato.Gli scenari futuriÈ difficile prevedere come evolverà l'Afghanistan nel medio periodo. Se l’Occidente non troverà modi intelligenti di reimpegnarsi - magari attraverso la diplomazia discreta dipPaesi come India o Qatar - Kabul rischia di diventare un altro tassello dell’asse Russia-Cina.Il governo talebano, pragmatico e affamato di investimenti, è pronto a vendere concessioni minerarie, stabilire accordi commerciali e stringere alleanze. Non per ideologia, ma per mera sopravvivenza.Se Pechino, Mosca e Nuova Delhi continueranno a muoversi mentre Washington e Bruxelles rimangono alla finestra, l’Afghanistan diventerà un'altra pedina persa nella lunga partita per l’influenza globale.