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Se l'ayatollah non negozierà con gli Usa finirà probabilmente ucciso
Di fatto scomparso dopo il video pieno di minacce trasmesso sei giorni fa dal suo rifugio-bunker, la Guida Suprema della Repubblica islamica dell'Iran si trova, politicamente parlando, davanti a un bivio. Donald Trump ha devastato con le sue bombe mostruose il sito più segreto (e di conseguenza ben più che sospetto) del programma nucleare iraniano, dopodiché gli ha rivolto un ultimatum: è ora di accettare le nostre condizioni per arrivare a una pace. E dunque Ali Khamenei deve decidersi: deve dire un sì o un no.
In realtà la Guida Suprema della teocrazia sciita iraniana, del regime che ha fatto del suo slogan categorico "Morte all'America!" un marchio di fabbrica di 46 anni di potere assoluto, ha già deciso per il no. E questo non solo perché, al punto in cui ormai si trova, una via d'uscita vantaggiosa non esiste più. Ma soprattutto perché l'Iran islamico non può essere paragonato alle altre dittature mediorientali collassate in questi decenni: il fondamento del potere khomeinista è puramente religioso, e il leader di un sistema che proclama di agire in nome di Allah per rendere il mondo un posto migliore attraverso un lavacro di sangue degli infedeli (ebrei e non solo) non può ordinare una capitolazione di fatto, tantomeno scappare a Mosca come un Assad qualsiasi o farsi impiccare ingloriosamente come Saddam Hussein dagli amici degli americani. Se deve cadere, deve farlo com'è vissuto: combattendo per l'affermazione della sua fede.






