Metà americano, metà francese, dice di sentirsi finalmente in equilibrio nei suoi mondi. Dopo aver imparato a cantare per essere Bob Dylan, per il prossimo film si trasformerà in un campione di ping pong
di Roberto Croci
Con il dono dell’ubiquità e quei suoi inseparabili bumfluff, i baffetti leggeri che fanno “link” col sorrisetto d’ordinanza, Timothée Chalamet si è visto solo negli ultimi mesi alle finali Nba a Los Angeles, ai David di Donatello a Roma, al Coachella in California, all’Atp Tennis a Indian Wells. A 29 anni è di fatto la star più luminosa della galassia hollywoodiana, descritto da chi lo frequenta sui set come uno appassionato, dotato di perseveranza e abnegazione. Se è vero che il suo Bob Dylan meritava l’Oscar, lui ha già girato pagina e si prepara a riconquistare tutti in Marty Supreme di Josh Safdi, regista autore di Diamanti Grezzi. A farlo restare saldo con i piedi per terra, racconta a U, ci pensa comunque sua madre: “Quando le ho detto che avevo vinto lo Screen Actors Guild per il ritratto di Dylan in A Complete Unknown, lei che ha un senso dell’umorismo unico e mi considera ancora un bambino, mi ha detto: ‘Prima di uscire di casa però non dimenticare di piegare il bucato’”.






