In questi giorni di prolungati festeggiamenti per gli 80 anni di Eddy Merckx, il più forte di sempre in attesa che Tadej Pogacar prima o poi non riesca a detronizzarlo (ma sarà dura...), ci piace ricordare un piccolo grande protagonista del ciclismo degli anni Settanta-Ottanta, un periodo molto effervescente per questo sport che, come seguito popolare, teneva ancora testa al calcio, il grande fratello che in pochi anni avrebbe divorato l’attenzione generale.
Erano gli anni di Merckx e Gimondi, di Hinault e Battaglin, di Basso e Bitossi, di Baronchelli e Contini, di Moser e Saronni. Un fitto elenco che andrebbe allungato all’infinito. Perchè in quel ciclismo, non svettavano solo i campioni più popolari, ma anche figure meno vincenti ma altrettanto importanti che hanno reso indimenticabile e irripetibile quella stagione.
Alcuni erano gregari, e lo ribadivano con orgoglio non vergognandosi di quella definizione che ora suona quasi offensiva. Altri invece erano corridori con palmarès di tutto rispetto che, ogni tanto, si prendevano il gusto di lasciare indietro, quando si distraevano, i colonnelli del gruppo.
Magari, questi sottufficiali coraggiosi, non vincevano il Giro o il Tour, però qualche tappa e qualche buon piazzamento in classifica riuscivano a centrarlo, entusiasmando le loro tifoserie, specie se, come per il nostro Vladimiro Panizza, venivano da piccoli borghi che, pur facendo parte della toponomastica del ciclismo, non erano mai riusciti a a varcare il confine della grande notorietà.






