Sii felice, sei a Bari”. È vero, lo sono. Ma non basta. I risultati raggiunti in questi ultimi anni parlano chiaro: siamo la quinta provincia in Italia per numero di startup innovative, il turismo è cresciuto oltre i 2 milioni di presenze annue, godiamo di un centro storico riqualificato, collegamenti aerei capillari e di un’identità urbana che finalmente ha qualcosa da raccontare. Eppure, la domanda resta: che città vogliamo diventare?Siamo in un momento in cui possiamo — dobbiamo — scegliere.
Come ricordava Michael Porter, per fare strategia servono visione e coraggio. Il coraggio di dire dei sì convinti, ma anche dei no altrettanto determinati. Il coraggio di puntare su alcuni settori e lasciarne andare altri. Le campagne elettorali non sono neanche troppo vicine: ci sarebbe lo spazio politico per scommettere, anche rischiando di scontentare qualcuno. Bari oggi ha una grande occasione. Non solo per crescere, ma per distinguersi. Abbiamo l’unico Politecnico del Mezzogiorno, con dipartimenti riconosciuti “di Eccellenza”.
UniBa, dal canto suo, si piazza al 16° posto tra i grandi atenei nel report Censis 2024/25, ma possiede perle nascoste come il BaLab. Un piccolo ecosistema dove studenti, innovatori e imprese creano valore.Tutto questo è un inizio. Ma se davvero vogliamo trasformare Bari in una capitale dell’innovazione mediterranea, non possiamo limitarci a quello che nel management si chiama “spray & pray”, cioè mettere risorse un po’ ovunque e sperare che qualcosa vada in porto. La scelta ora è tra un modello che rincorre l’overtourism, fatto di panzerotterie, assassinerie, b&b, spritz e orecchiette industriali, e un progetto più ambizioso: attrarre giovani, ricercatori e dottorandi, sviluppatori e imprenditori, nomadi digitali disposti a vivere da qui, non solo a passarci.







