«Mi si nota di più se vengo e sto in disparte o se non vengo per niente?». L’ormai leggendario dubbio di Michele nel film Ecce bombo si attaglia bene alla posizione degli Stati Uniti – o meglio di Donald Trump – riguardo la guerra tra Israele e Iran. Intervento diretto, soluzione statunitense, regia occulta o disinteresse totale? La domanda è sulla bocca di tutti, ma la risposta non sembra conoscerla nessuno.
Il nuovo fronte di guerra in Medio Oriente è il primo apertosi dall’insediamento della seconda amministrazione Trump, ed è pertanto il segno più visibile della sua confusione in politica estera, contrassegnata da un misto di tensioni con gli alleati storici e di assenza dei risultati promessi durante la campagna elettorale. Sul versante interno, il dibattito sull’intervento statunitense è invece un problema politico per chi ha sempre coltivato l’immagine del “repubblicano pacifico” che non coinvolge gli Usa in nuove guerre, al contrario dei predecessori democratici da lui detestati.
Una possibile chiave di lettura è quella che si potrebbe definire “performing politics” (la politica come arte performativa), nella quale il momento mediatico (social o video non importa) è l’atto politico in sé, finalizzato a dare consenso e popolarità istantanei. In questo senso, si può dire che per Trump la misura del successo consista più nell’attenzione generata che nell’effettiva applicabilità. Per un politico nato dal reality The Apprentice e dalla diffusione virale di tweet incendiari, l’importante non è raggiungere un armistizio condiviso per l’Ucraina quanto che tutto il mondo parli della sua promessa di pace in un giorno tra Kyiv e Mosca o assista alla pubblica umiliazione del presidente Zelensky nell’Ufficio Ovale. Allo stesso modo, la ricerca di una soluzione accettabile a israeliani e palestinesi è secondaria rispetto all’eco del suo progetto immobiliare per Gaza.













