Una sentenza storica. Che demolisce una serie di assunti procrastinati per anni dalla rive gauche della politica italiana. Non solo perché ha stabilito che un ministro, nel pieno delle sue funzioni, ha il sacrosanto diritto di difendere i nostri confini nazionali. Ma anche perché l’assunto col quale sinistra, associazioni no borders e ong hanno, per anni, apparecchiato buoni e cattivi è, semplicemente, sbagliato. Almeno, in base al diritto italiano e a quello internazionale. Le motivazioni dell’assoluzione di Matteo Salvini nel processo Open Arms hanno una valenza squisitamente politica, perché chiariscono, una volta per tutte, che l’Italia non è obbligata in alcun modo a fornire il Porto Sicuro (Pos) ad una nave battente bandiera di un’altra nazione. Nelle 270 pagine delle motivazioni della sentenza di assoluzione del 20 dicembre scorso, redatte dal tribunale di Palermo, si legge che l'ex ministro degli Interni è stato assolto perché «per nessuno dei tre eventi Sar dell’1, 2 e 9 agosto 2019 era sorto in capo allo Stato italiano l’obbligo di coordinare le operazioni di search and rescue e di concedere il Pos». Ma non basta. «Deve escludersi che la concessione del Pos costituisse per l’Italia e, di riflesso, per l’allora ministro dell’Interno Salvini, un obbligo giuridico il cui mancato rispetto potesse integrare gli estremi del rifiuto di atti d'ufficio oltre che i presupposti perla realizzazione del reato di sequestro di persona».